Il ministro: ridurre immediatamente passaggi e velocità. proporrò un accordo agli armatori. Costa Concordia: pronti a far causa se ci saranno danni ambientali Non vieterà di punto in bianco il passaggio delle navi bianche a San Marco, ma non resterà neanche ad aspettare lo scavo di un canale. Corrado Clini, l'unico ministro "veneziano" del governo Monti, risponde all'Unesco che ha chiesto misure alternative per la sicurezza della laguna: ci sarà una diminuzione delle frequenze e della velocità delle navi da crociera. E l'ex direttore del servizio pubblico di igiene e medicina del lavoro di Porto Marghera accelera sulle bonifiche dell'area industriale: le conferenze di servizio sono rimaste aperte per troppo tempo, ora serve la fase due. Ministro Clini, se la Costa Concordia perderà il carburante in mare vi costituirete parte civile per danno ambientale? «Per forza. Mi auguro che la situazione sia gestibile e che la nave non scivoli in acqua». Grandi navi: l'Unesco chiede al governo piani alternativi al passaggio in Bacino di San Marco. «Questa mattina (ieri, ndr) Autorità portuale e Magistrato alle acque hanno cominciato a lavorare sul progetto del canale Sant'Angelo Contorta, che andrà scavato a dieci metri, e questo è molto positivo. L'ipotesi poi della stazione marittima alle bocche di porto di Malamocco utilizzando infrastrutture già realizzate rappresenterebbe una situazione definitiva adeguata». Ci vorrà un anno per scavare il canale. Nel frattempo? «Nel periodo transitorio credo che Autorità portuale e Capitaneria di porto possano adottare misure di contenimento per ridurre l'impatto. Mi riferisco al numero di navi, alla frequenza dei passaggi in Bacino di San Marco, e alla velocità. Giovedì incontrerò gli armatori, proporrò un accordo di programma volontario per identificare misure gestionali delle rotte che assicurino la prevenzione del rischio». Il decreto sulle rotte a che punto è? «Ci stiamo lavorando, saranno linee guida. Non divieti, ma criteri, senza entrare nel dettaglio delle rotte». Su twitter ha detto che ridurre l'impatto ambientale della navigazione in laguna è «molto complesso». «Sì, perché da un lato c'è un valore da proteggere, che è quello del traffico crocieristico, e dall'altro c'è il fatto che il turismo in Italia ha prospettive di sviluppo se l'ambiente viene tutelato». È immaginabile un divieto secco, niente navi bianche a San Marco? «Va valutato per tutti i diversi impatti che provocherebbe. Intanto iniziamo col limitare la frequenza e la velocità». Porto Marghera: a quando l'annunciato accordo con Comune e Regione per la bonifica delle aree? «Questione di settimane. L'obiettivo è concordare una procedura che consenta il risanamento delle aree in relazione al loro riuso: un conto è fare una banchina industriale, altro un campo di grano». A che riuso pensa? «Qui si potrebbe produrre l'energia che servirà al Mose, quando sarà funzionante, attraverso fonti rinnovabili. E sarebbe interessante puntare sulla chimica verde». Intanto si è fermi. Va cambia-ta la legge? «Anzi, sarà proprio applicando la normativa in vigore - operazione che finora non è stata fatta - che potremmo attuare le bonifiche: si perimetrano i siti, due riunioni al massimo delle conferenze di servizi, si decide. Abbiamo avuto conferenze di servizi che si sono protratte per anni, anche perché sono stati presentati progetti di qualità scadente e perché non c'era chiarezza sugli obiettivi di riuso. Non è aprendo un suk tra amministrazione e imprese che si fanno le bonifiche». Comunque le aziende che hanno inquinato dovrebbero dare un "rimborso" allo Stato per liberarsi dalle responsabilità? «Per me la priorità è la bonifica, non incassare risorse che poi vanno a finire nel bilancio dello Stato. È importante un indennizzo, ma è intollerabile che a Marghera ci siano siti di interesse nazionale da oltre 10 anni nei quali le bonifiche non sono mai partite o sono rallentate. La chiave è uscire dai conflitti di competenza, dai giochi di ruolo: l'accordo di programma farà lavorare le parti con lo stesso ritmo. E questo sarà molto importante per le imprese». In che senso? «Non voglio sembrare troppo polemico, ma tenere aperte procedure di questo tipo per troppo tempo serve anche alle imprese che sono presenti qui, che hanno chiuso l'attività ma che tengono aperta questa partita, così non investono nella bonifica e hanno quotazioni troppe alte per le loro aree in vista eventualmente di operazioni di speculazione. Ho sentito cifre sbalorditive: 500 euro a metro quadro a Porto Marghera. Fa ridere». Cosa si aspetta dai privati? «Mi auguro che soprattutto Eni riesca a fare un passo avanti in una direzione di collaborazione chiarendo quali sono i termini del suo progetto industriale». Trivellazioni in Adriatico, la Regione Veneto è insorta quando ha saputo che il limite poteva essere abbassato da 12 a 5 miglia, Eni invece si è detta «delusissima» della mancata diminuzione. Cambi in vista? «Si tratta di valutare qual è il rischio dal punto di vista economico di compromettere il patrimonio paesaggistico rispetto al vantaggio di avere risorse energetiche. Il limite delle 12 miglia è fissato da una legge del 2010, non credo ci siano novità per modificare quella norma. E poi è antipatico - posso dirlo? - che si siano delle imprese che suggeriscono delle misure al Governo. Noi dobbiamo fare delle valutazioni che siano nell'interesse economico del Paese, non di qualche impresa». Dissesto idrogeologico, 850 milioni dal Cipe, di cui 130 al Centro-Nord. Ma, l'ha detto lei, questi soldi non bastano. Potrebbero esserci tasse di scopo? «Anche qui credo che occorra fare un conto economico: quanto vale la protezione del rischio idrogeologico rispetto ai danni? Valutiamo e poi cerchiamo le soluzioni. Io avevo proposto un fondo a livello nazionale con un aumento delle accise sui carburanti integrato da misure di incentivazione fiscale per chi investe sul risanamento di zone a rischio». L'ha ritirato? «È un ragionamento rimasto sul tavolo. Ma si può immaginare anche una tassa di scopo ad hoc a livello nazionale o misure similari all'8 per mille o iniziative di tipo volontaristico con detrazioni fiscali. In 20 anni dobbiamo investire 40 miliardi di euro, una cifra enorme».