Quando nell'estate scorsa Silvio Berlusconi rispose con espressioni tranquillizzanti alla lettera del presidente Ciampi che esprimeva allarmate preoccupazioni per le gravi conseguenze che l'istituzione dell'ormai famosa Patrimonio SpA poteva determinare per il patrimonio storico e artistico del Paese, vi fu chi continuò a dubitare delle generiche assicurazioni del presidente del Consiglio: ma ritenne che si dovesse dare fiducia alle ripetute prese di posizione del ministro Urbani - un uomo serio, si diceva, al quale non si può non credere - che tendevano non solo a minimizzare le ragioni di allarme, ma a garantire che si sarebbe fatta buona guardia per escludere in ogni caso avventate alienazioni. Faceva infatti notare Urbani che la stessa legge istitutiva della Patrimonio SpA prevedeva che il ministro dell'Economia dovesse, prima di operare un trasferimento a favore di tale società, consultare il suo collega per i Beni e le Attività culturali nel caso che si trattasse di «beni di particolare valore artistico e storico». Come si poteva pensare, dunque, che proprio il ministro incaricato di tutelare il patrimonio storico-artistico potesse, al contrario, consentire l'alienazione di parte di qualche importanza di tale patrimonio? Anche giuristi, che in un primo momento avevano manifestato i loro timori sembrarono arrendersi di fronte a questa argomentazione. O, perlomeno, sembrarono dare affidamento a tali promesse. Appena giunti, invece, alla fase operativa, i fatti hanno subito chiarito che l'allarme era tutt'altro che infondato. In pratica, infatti, non passa settimana senza che i giornali pubblichino documentati articoli (l'altro ieri quello di Salvatore Settis su «Repubblica» e quello di Maria Serena Palieri su questo giornale) sulla vendita ormai effettuata di numerosi immobili di proprietà dello Stato o di enti pubblici fra i quali molti edifìci di indubbio interesse culturale. Come può questo accadere, nonostante le assicurazioni di Urbani e dei suoi colleghi? Come viene aggirata la «garanzia» contenuta nella legge e sulla quale aveva tanto insistito il ministro? In realtà, è nel complesso di disposizioni legislative varate dall'autunno 2001 che sta la spiegazione (già nell'estate scorso fummo in molti a notarlo) di ciò che sta oggi accadendo. Innanzitutto, chi è che giudica quando un bene è di «particolare valore storico e artistico»? Soprattutto, quale criterio oggettivo per esprimere tale giudizio ha il ministro dell'Economia, che solo nel caso di beni dotati di tale valore è tenuto a richiedere l'intesa di quello per i Beni culturali? Evidentemente l'unico criterio al quale gli uffici del Tesoro (che non hanno il dovere di essere esperti di arte e di storia) possono attenersi è il «vincolo»: ossia il fatto che un bene sia stato dichiarato di «interesse culturale». Ma qui si apre una vera voragine perché, notoriamente, gli immobili di proprietà dello Stato e anche degli enti territoriali quasi sempre non sono vincolati in quanto considerati - tanto più se di età superiore ai 50 anni - per definizione inalienabili. Per disciplinare questa situazione, dopo che in sede di legge finanziaria un voto approvato con una "maggioranza trasversale aveva genericamente dichiarato vendibili tutti i beni di proprietà pubblica, nel 2000 era stato opportunamente varato il decreto 283 che il si era proposto di stabilire una procedura ben definita, la quale prevedeva un'istruttoria e un giudizio in tempi certi delle soprintendenze per distinguere i beni alienabili da quelli non alienabili in quanto «di interesse culturale» (o alienabili, in quest'ultimo caso, solo in situazioni di degrado e con vincolanti garanzie di recupero e di possibile godimento pubblico). Ma a questo decreto la maggioranza ha rifiutato di fare riferimento nell'istituire la Patrimonio SpA: e sia per l'accelerazione delle procedure e l'abrogazione dei vincoli decisa con la legge 410 del 23 novembre 2001, sia - come giustamente ha rilevato Salvatore Settis - con l'inaudita figura giuridica della «dismissione urgente» inventata col decreto legge 282 del 24 dicembre scorso, nulla è più facile che anche beni di particolare valore artistico, nella fretta con cui Tremonti sta procedendo per turare qualche buco del bilancio, entrino nel pacchetto dei beni da alienare o da sottoporre a cartolarizzazione. Ma c'è, forse, di più e di peggio. La 410 (la legge madre di quella che ha istituito la Patrimonio SpA) ha partorito anche altri mostri: come la Società Cartolarizzazione Immobili Pubblici (la cosiddetta Scip), la quale già prima di febbraio - quando il fatto è stato denunciato, sul «Giornale dell'Arte» da Gaetano Palumbo del World Monument Fund - a porre in vendita 259 immobili, di cui 35 vincolati. Si è poi aggiunta la cessione alla Fintecno di un blocco di edifici dell'Ente Tabacchi: ed ora la vendita alla Carlyle di palazzi e ville storiche e monumentali, in un'asta svoltasi il 25 febbraio. Ma c'è un ulteriore aspetto (forse il più assurdo) da sottolineare. Fra i beni venduti vi sono immobili già adibiti, o che si intendeva adibire, a importanti funzioni pubbliche di carattere culturale: come la monumentale Manifattura Tabacchi di Firenze, che - ci dice Settis - era stata vincolata dal ministero e destinata a cittadella della cultura; o quella di Milano, che avrebbe dovuto ospitare la Scuola nazionale di cinema; o un palazzo di via Balbi a Genova, su cui si puntava per ampliare la Biblioteca regionale ligure; o, a Bari, la sede dell'Archivio di Stato. In forse sarebbe anche la sorte dell'Archivio di Stato di Mantova, situato in un palazzo del '600-700 nel centro della città, già sede della Scuola dei gesuiti, rimodernata all'interno con forti spese negli ultimi anni per adeguarlo alle funzioni archivistiche. Dove conducono operazioni di questo tipo? Il risultato è evidente. Servono a ridurre (oltretutto in percentuale molto modesta) il deficit pubblico immediato: ma - poiché si tratta di funzioni alle quali si dovrà trovare nuove sedi - aumentano gli impegni per il futuro o per acquisti o per affitti, magari prendendo in affitto proprio l'edificio che si e venduto. Il tutto nel massimo dispregio del patrimonio culturale. Che dire dei ministri che conducono operazioni di questo genere? Penso che Tremoliti vada fiero di questi miracoli di finanza creativa. Ma che un ministro dei Beni culturali dia il suo consenso a questa politica è un fatto che supera ogni immaginazione.