Gli industriali conciari intenzionati a finanziare il recupero dell'antico opificio Il direttore Mercogliano: aspettiamo un progetto La soprintendente: per i privati regole precise POMPEI. «Abbiamo scritto al ministro per i Beni culturali, Lorenzo Ornaghi, non solo per assicurargli la nostra più ampia disponibilità a collaborare per la valorizzazione di ogni traccia della nostra lunga storia nella penisola, ma anche per sapere se è stata o meno accetta la nostra proposta di sponsorizzazione del secondo lotto di lavori per il recupero della conceria, negli scavi di Pompei: a quattro mesi dalla dichiarazione di volontà a continuare a sostenere il restauro dell'edificio, dalla Soprintendenza archeologica di Napoli e Pompei non abbiamo ancora avuto risposta alcuna». È amareggiato, Salvatore Mercogliano, direttore dell'Unic, l'Unione nazionale industria conciaria, che del recupero di quell'edificio è stato lo sponsor sin dal 2008, allorché venne sottoscritta una prima convenzione con l'allora soprintendente Guzzo. Tanto più che quell'opificio, secondo gli archeologi, potrebbe far parte di un vero e proprio «distretto conciario» attrezzato nella Pompei di duemila anni fa. Il finanziamento di questo terzo lotto di lavori dovrebbe vedere il recupero della strada di accesso alla conceria, in maniera da favorire l'accesso alla struttura. Quindi, si sarebbe esteso il restauro non solo agli edifici circostanti ma all'intero isolato in modo da giungere sino alla via Stabiana. La conceria, che venne scoperta nel 1873, si trova a pochi metri dall'importante asse viario che attraverso Porta Stabia, duemila anni fa, doveva indirizzare traffici e commerci appunto verso la vicina Stabiae. Nella fabbrica si lavoravano le pelli che arrivavano in prevalenza dall'Irpinia. Una delle caratteristiche dell'edificio è data dalla divisione degli ambienti che accoglievano sia l'abitazione del proprietario sia i locali perla lavorazione delle pelli. Il portico era diviso in scompartimenti, separati da tramezzi nella cui muratura era contenuta la condotta che portava l'acqua alle giare. Nell'area retrostante il portico si trovano 15 vasche; dodici di esse venivano usate per la concia vegetale di pelli grandi e tre per quella delle pelli piccole in cui si impiegava l'allume di rocca. Numerose anfore piene di quel minerale, provenienti dalle isole Eolie, sono state difatti rinvenute in un primo intervento di scavo. Sotto il portico centrale della casa si sviluppava la prima fase del lavoro: l'animale veniva scuoiato e la pelle immersa nei tini contenenti tannino. Il recupero comprenderebbe anche tutti gli attrezzi: coltelli, raschietti, adoperati per la lavorazione del cuoio, in modo da poterli mostrare ai visitatori. «Non escludiamo alcuna ipotesi di recupero - riprende Mercogliano - non è questione di finanziamenti. Aspettiamo ci venga sottoposto un progetto, poi saremo subito operativi». «Stiamo mettendo a punto proprio quel progetto - sottolinea dal canto suo la soprintendente Teresa Elena Cinquantaquattro - guardi, noi siamo obbligati a seguire le regole sulle sponsorizzazioni private. A breve incontreremo l'Unic per sottoscrivere questa nuova convenzione».