L'uomo ha spigoli. Non parla rotondo, ma acuminato. Non sorride molto, e quando lo fa c'è di mezzo l'ironia Non gonfia la retorica, ma ne spegne ogni accenno come fosse una malattia pericolosa. Angelo Guglielmi, 75 anni, dall'estate scorsa assessore alla Cultura della giunta Cofferati, mi sta davanti nel suo ufficio al pianterreno di Palazzo d'Accursio («Preste traslocherò in via Oberdan», mi annuncia, «qui arriverà la Sala Borsa, i nuovi spazi, pei gli studenti») come se stessimo ancora discutendo di Gruppo 63, di Avanguardia e sperimentazione (il suo primo libro importante: 1964) e delle ragioni per le quali Gadda è il migliore e Moravi a e Pasolini sono da buttare. Vi è nell'intransigente recensore letterario, creatore di una Terza Rete televisiva che è già leggenda (1987r1994: Blob, Avanzi, fi portalettere di Chiambretti. Avanzi di Dandini-Guzzanti. Samarcanda di Santoro. Milano Italia di Gad Lerner ecc. ecc). l'identico puntiglio di allora, la stessa tenace insistenza nel precisare i minimi dettagli. Intervistare Guglielmi vuoi dire, prima di tutto, prepararsi ad ascoltarlo, e poi spargere qualche domanda. Ma anche senza spinte, il suo racconto completerebbe da solo il tragitto: la Bologna degli anni 50, l'andata a Roma, la tv, Istituto Luce, e il ritorno da assessore. Questo sì, doverlo chiamare in questo modo, non me lo sarei aspettato ai tempi dell'avanguardia. Glielo devo dire. Come mai ha deciso di fare l'assessore? Lei era tra i più intransigenti del Gruppo 63, ora dovrà mediare... «Il punto non è questo, noi votavamo tutti per la sinistra. Ma combattevamo l'idea tipica del Pci, di Alleata, di Rinascita, che la letteratura dovesse intervenire a cambiare il volto del mondo e marciare con la politica, anche in modo servile. Loro pensavano al contenuto, noi del Gruppo alla forma, al linguaggio. Fu uno scontro durissimo, e noi gettammo lo scompiglio. Certo io non sono diventato un politico. Anzi, negli ultimi anni mi era stato chiesto se volevo candidarmi per il parlamento, ma mi sembrava una cosa noiosa. Dissi all'ex sottosegretario Vincenzo Vita e a Walter Veltroni che mi sarebbe semmai piaciuto fare il sindaco, perché un sindaco determina la qualità della vita di una comunità. Nel 2002 mi sono presentato a Pomezia per il centrosinistra, ma sono stato battuto subito. Non sono bravo a fare i comizi. Poi è arrivata la chiamata di Cofferati, una settimana prima del termine per la designazione della giunta». Perché ha accettato? «L'assessore è un'articolazione del ruolo del sindaco. Un mercoledì ho incontrato Cofferati al suo quartiere elettorale di via Mentana, e ci siamo intesi. Mi ha solo chiesto di trasferirmi qui. Anche questo, tornare a Bologna, dove ho vissuto i miei studi fino al '54 e dove abita ancora mia sorella, ha contato. E mi piaceva che a chiamarmi fosse Cofferati, l'alternativa, i 3 milioni in piazza».. Che cosa ricorda dei suoi anni bolognesi? «Un ambiente culturale straordinariamente ricco, Officina, il verri, il Mulino, il Circolo di cultura... Io sono nato ad Arona e sono arrivato nel '45, a 15 anni, mio padre, un funzionario delle Ferrovie, era stato trasferito qui. Feci il classico al Minghetti, dove ebbi come professore di storia e filosofia padre Marella. Si addormentava durante le lezioni, dalle 5 del mattino era in giro per la questua». Lei che aspirazioni aveva? «Volevo fare lo scrittore, non sapevo ancora se da critico o da poeta. Mio fratello più grande, Giuseppe, il traduttore di Celine, lo faceva già. Io, per non imitarlo, e per mostrarmi autonomo, mi iscrissi a Legge, ma dopo due mesi ero già a Lettere. Qui incontrai Roberto Longhi. Devo a lui se oggi so interpretare un quadro. Con me c'erano Mina Gregori, Carlo Volpe, e Francesco Arcangeli che era già assistente. Il problema era che tutte le donne, anche le nostre coetane, erano innamorate del. maestro, e per noi non restava niente. A me piaceva sentirmi già grande, esser trattato alla pari, ero pretenzioso, passavo le sere da Zanarini con i pittori, Vacchi, Mandelli, Rossi, Ciangottini, Bergonzoni, ed ero lusingato che il cameriere chiamasse professore anche me. Ma nel '48 Longhi se ne andò a Firenze, e io mi laureai in italiano con Calcaterra». Pensò mai alla carriera universitaria? «Sa dì quante pagine fu la mia tesi? Diciotto. L'argomento era Leopardi, il Discorso sulla poesia romantica. Dall'università volevo andarmene. Ebbi la lode, ma il giorno dopo, nonostante i complimenti di tutti, buttai via la tesi. Ma nell'ambiente universitario ho fatto altri incontri, Raimondi, che mi preparò all'esame di latino scritto con Pighi. Durissimo, ma riuscii a prendere 18. E poi arrivò Anceschi. Sentivamo che da lui avremmo voluto apprendere qualcosa che sarebbe stato determinante». E alla Rai come arrivò? «Vinsi nel '55 un concorso di cui aveva saputo mia madre, alla radio, cercavano persone per iniziare il servizio televisivo nazionale. Feci l'esame a Milano, davanti a una commissione dove c'erano Carlo Bo e Luigi Rognoni. Proposi, come ipotesi di lavoro, un reportage su Mario Missiroli, che fu anche direttore del Carlino, In quell'anno entrarono anche Eco, Colombo, Vattimo. Alla Rai sono rimasto fino al '94». Quale fu l'invenzione della Terza Rete? «La tv che si faceva, quella di Bernabei. era una tv pedagogica, aveva permesso alle classi povere di alfabetizzarsi, di scoprire con i teleromanzi Maniconi, Cronin. Dostoevskij..Ma era anche una televisione che oscurava molti temi delicati, le carceri, l'immigrazione. Noi facemmo la neotelevisione, sperimentando, come in letteratura, un nuovo linguaggio che ci facesse scoprire le realtà nascoste. Anche in chiave decisamente ironica». Come andò a finire? «Nel '94 Berlusconi vinse le elezioni, io fui rimosso e il centrosinistra accusò la nostra rete di averlo fatto perdere perché avevamo parlato troppo di Mani Pulite e ironizzato troppo sulla corruzione. Si vede che la nostra autonomia non era stata prevista». Si riconosce nell'odierna televisione della realtà? «Ma per niente. Noi piazzavamo rocchio della telecamera in faccia alla realtà politica del nostro paese. Ora la tv del reality show guarda attraverso il buco della chiave in stanze dove il pudore imporrebbe la riservatezza. Pessimo». Le piace fare l'assessore alla Cultura? «Confesso che questo ruolo ha una parte noiosissima, l'ufficialità, 'portare il saluto', 'presenziare'. Io non ho il linguaggio giusto, non sono come i politici che sanno parlare anche di ciò che non conoscono». Ma così può correre il rischio di non tenere il contatto con la città... «Credo che il contatto Io si debba tenere con il fare, che è l'altro aspetto del mio lavoro. Anzi l'aspetto centrale». Fare che cosa? «Si può fare in due modi, alla maniera di Nicolini, a Roma, alla fine degli anni '70, l'elargizione delle feste, l'effimero. Oppure, come credo io, senza penalizzare l'intrattenimento, si può fare puntando sulla valorizzazione delle strutture culturali di una città. E' la prospettiva del mio lavoro. Lo sottolineo: investire creatività e denaro in questa direzione». Con quali obiettivi concreti? «Bologna possiede, nel campo delle biblioteche e dei musei, un patrimonio che deve essere valorizzato, I musei civici di Bologna vivono ciascuno per proprio conto, in una propria, splendida solitudine. Servono invece forti sinergie per valorizzare [e potenzialità oggi disperse». Nessuno dissentirebbe... "Non sto parlando di un coordinamento esterno, ma incardinato dentro le varie strutture. Abbiamo una istituzione Galleria d'Arte Moderna e una istituzione Cineteca. Vogliamo creare, anche in collaborazione con l'università, un'unica istituzione musei e un'unica istituzione Biblioteche, e in futuro anche un'istituzione Musica. Pensi a realtà come Angelica, Bologna Festival, Musica Insieme, il Link, più famose all'estero che in città. E qui c'è anche Abbado». Quali i vantaggi? «Musei e biblioteche non devono essere solo custodi di un patrimonio, ma diventare centri di produzione culturale, raggiungere un ruolo imprenditoriale. L'istituzione è una forma giuridica che favorisce largamente 1intervento dei privati». Il sindaco è d'accordo? «E' un progetto a cui lavoriamo insieme, ma prima gli esperti ci devono chiarire la fattibilità legale». Tempi lunghi... «I cittadini si aspettano molto, lo so, e i tempi dell'impazienza sono rapidi. Ma non si può fa-f re tutto in fretta. c'è la diversità netta dalla giunta precedente, c'è il programma di mandato da mettere a punto discutendo con tutti». Anche la Galleria d'arte Moderna attende... «Intanto abbiamo costituito un ottimo consiglio d'amministrazione. Per la direzione avevamo puntato molto su Esther Coen, che ha rinunciato per gravi problemi di famiglia. Stiamo vagliando altri nomi e non pensiamo lontanamente di non portare la Galleria all'ex Manifattura. E' una sede ideale, con il Dams, la Cineteca, il Cassero. Va risolto, con l'eliminazione dell'ormai famosa scala, il problema degli spazi per le esposizioni temporanee. I tecnici parlano di un cantiere che durerà dai 6 ai 12 mesi». Verrà trasferito là anche il Museo Morandi? «E' una questione obiettivamente delicata. Ho già detto che lo spostamento da Palazzo d'Accursio avverrà solo se la città sarà d'accordo. Gli amici del Museo si oppongono, e anche l'ex sindaco Imbeni, che concluse la donazione da parte della sorella del pittore, mi ha scritto la sua contrarietà». Ha un calendario di avvenimenti culturali già pronto per quest'anno? «Il 30 gennaio si aprirà a Palazzo Re Enzo la mostra del Primaticcio, il pittore del '500 che affrescò le volte della reggia di Fontainbleau. Viene dal Louvre. E sono già avviate la mostra di Annibale Carracci e un'altra di Luciano Minguzzi. Bologna è uscita dal grande giro, e occorre lavorare per reinse-rirvela. Per questo, con rapporto di Carlo Flamigli, è in programma anche 'Bologna Scienza', che riunirà grandi studiosi impegnandoli sull'idea della scienza come potere che migliora la qualità della vita». Assessore Guglielmi, come lavora con Cofferati? «Bene, ma vorrei farlo in modo ancora più stretto, lui ha moltissimo da fare, e talvolta avviene che io renda pubbliche cose che non ho avuto il tempo di discutere con luì». E a soldi come va? «Fare, a Bologna, è cercare i soldi per fare. E' anche un problema di comunicazione. Se banche, fondazioni, aziende vedono un programma che risponde ai loro interessi, ci stanno. Ma per funzionare bisogna che il programma del Comune coincida con le aspettative della città, che così si riconoscerà nel progetto. Ma dimentichiamoci, per favore, che piccolo è bello, ora bisogna essere robuste forze di produzione culturale». Guardo il quadro di Tinguely appeso alle spalle dell'assessore, che ha ormai la bocca asciutta, e vedo dall'orologio che sono passati 130 minuti da quando abbiamo cominciato. Mai sentito Angelo Guglielmi parlare tanto. Ma già, eravamo al chiuso, non in pubblico.
Il Resto del Carlino
16 Gennaio 2005
Bologna. Musei e biblioteche, farò una rivoluzione; Voglio che musei e biblioteche diventino centri di produzione
CE
Cesare Sughi
Il Resto del Carlino
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo
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