Cambiano gli spazi verdi e le piante, la collezione permanente rlallestita nell'area clelle mostre. La sfida di Rylands e la nuova Guggenheim Il fatto che ella «sappia» è fuor di dubbio. Philip Rylands prima di porre rimedio efficacemente ai tanti soliti guai che affliggono una qualsiasi casa sull'acqua, ma che per di più da molti decenni ormai è diventata il museo - leggenda dell'arte moderna in Europa, non può non aver «sentito» Peggy Guggenheim. Altrimenti non avrebbe osato concedersi il rischioso lusso di accomodare, cioè di rimettere in buono stato, con eccezionale sapiente abilità, le stanze e il giardino di un luogo obbligato a conservarsi perfetto, se si vuole rinnovare, anche nel corso del XXI secolo, ciò che fu consapevole passione di «una vita per l'arte». Quale fu quella intensamente vissuta da Peggy Guggenheim a Palanco Venier dei Leoni, solo per stare all'ultimo capitolo di una biografia in cui è contenuta l'intera storia della avanguardie artistiche e intellettuali del XXI secolo. Non è la prima volta che si riorganizzano e si riammodernano spazi e servizi al Guggenheim sul Canal Grande. Philip Rylands, che è il devotissimo «erede» della grande americana, da buon inglese ha già vissuto l'esperienza di risistemare la «sua» cara vecchia casa Un direttore di museo, a volte, è costretto a indossare i panni del casalingo, del padrone di casa chiamato, per ragioni diverse, a spostare i «suoi beni», soprattutto quando ovunque dilagano muratori, pittori, elettricisti, idraulici, ecc.. Ed ecco che la Collezione Peggy Guggenheim è stata immediatamente riallestita nell'ala dove di norma si aprono e si chiudono mostre sempre importanti. Ma ora Rylands ha osato molto di più: infatti Il vecchio, affascinante giardino sta per essere rimpiazzato da uno nuovo, dato che il grande tiglio o l'imprevedibile betulla o la prepotente sofora spariranno per lasciare posto ad alberi giovani e più compatibili con la sicurezza di edifici e cose da condividere negli anni a venire con chi frequenterà il nostro Guggenheim. Crescerà dunque un nuovo giardino e i vecchi alberi abbattuti si porteranno via le voci, le conversazioni, gli sguardi, le perlustrazioni lunghe e meticolose compiute in quelle stanze tra dipinti e sculture capaci di suscitare le emozioni e i pensieri propri dell'arte del tempo di ieri, l'arte amata dall'ultima eroina transatlantica di Henry James, come Gore Vidal definì Peggy. E Vidal, che visitò la casa veneziana di Peggy, di quell'incontro lasciò una vivida istantanea «Nonostante offrisse ricevimenti e collezionasse quadri ed esseri umani, c'era e c'è qualcosa di calmo e di impenetrabile in lei. Non si agita ed è capace di stare in silenzio, un dono raro; e, dono ancora più raro, sa ascoltare». Precisamente l'immagine che si è fissata nella mia memoria una Peggy Guggenheim seduta da sola con accanto due dei suoi cani, in attesa di un vaporetto al pontile dell'Accademia, in una «galassia lontana lontana tanto tempo fa). Il doveroso coraggio di Philip è simile, nei giorni del cantiere aperto, a quello di Peggy, che nelle sue memorie scrisse «poi ci fu il problema degli alberi, a Venezia nessuno ha il permesso di abbattere alberi, neanche i propri». Mala stessa Peggy «toccò» il suo vecchio giardino: «che avevo lasciato crescere incolto per dieci anni e doveva essere rimesso in ordine e anche questo fu fatto per tempo». Ciò che conta adesso è che la casa-terrazza con ai suoi piedi un giardino torni a essere, al più presto, ciò che è sempre stata paradossalmente uno tra gli ultimi angoli per davvero veneziani della città. E il giardino conoscerà nuovamente innumerevoli, salmastre fioriture di alberi, di sicuro avvincenti, ma non quanto lo sono state, lo sono e lo saranno le sculture che in quel giardino si trovano, figlie come sono di quel «moderno» che ha soffiato il suo vento al di sotto e attorno ad un enorme troppo vecchio tiglio. Comunque un vento avvertito da chi sa che quelle sculture sono gli objets trouvés della genialità artistica del secolo scorso. Oggetti lì raccolti per dare senso al nostro modo di vivere dopo il 1948, se si ripensa all'anno in cui Peggy arrivò a Venezia, una città che allora esibiva e riceveva moltissime luci intellettuali e artistiche. Città e anno in cui l'ultima eroina di Henry James portò alla Biennale Pollock, Calder, Max Ernst, Moore, Gorky, Rothko. PS: Accade che le cose volgano al meglio, vedi i lavori in corso al Guggenheim. Accade invece, purtroppo sempre più spesso, che Il peggio o l'insignificante prenda il sopravvento. Dicono che Il glorioso, storico ristorante All'Angelo sia sparito, travolto dall'insignificante che avanza. Diceva Peggy: «L'Angelo è molto frequentato dagli artisti e i suoi muri sono ricoperti di quadri di pittura contemporanea».