Il dossier. Le misure del governo Troppi freni alle privatizzazioni ma le vendite di Stato frutterebbero 600 miliardi Lesperienza del passato dimostra che mettere sul mercato beni pubblici porta solo benefici e che i rinvii pesano sullincasso finale I compratori ci sono: i coreani sono pronti a investire 43 miliardi Ma la quotazione resta la strada maestra Le imprese che escono dal controllo pubblico aumentano efficienza, fatturato e utili. Anche i dipendenti ottengono retribuzioni più alte Ha messo il suggello a questa riluttanza il premier Monti che in Gran Bretagna, rispondendo a una domanda dei giornalisti, ha chiosato che i prezzi attuali «non inducono il governo ad andare sul mercato». Questultima è unobiezione che viene spesso sollevata da chi si dichiara in via di principio favorevole a cedere i beni pubblici, ossia che, in periodi di difficoltà economiche e finanziarie come la presente, si rischia di svendere le società per azioni quotate in Borsa. VENDITE E MERCATI In realtà questa è un ragionamento che suona un po datato. Un anno fa, due anni fa, tre anni fa, si sentiva ripetere la stessa cosa. Non è mai il momento giusto di far staccare la presa al Leviatano per chi in realtà non vuole privatizzare. Quandanche fosse vero che le Borse attraversano un momento difficile, nessuno può dirci se non peggioreranno ed inoltre, se non abbattiamo lo stock di debito pubblico grazie alle dismissioni, pagheremo interessi sul debito che in questo periodo sono molto alti e faranno peggiorare i bilanci pubblici. LItalia ha bisogno di diminuire il debito pubblico, non solo di contenere il deficit annuale: la restituzione al settore privato di imprese e società oggi in mano allo Stato è la via più veloce ed apprezzata dai mercati, certamente molto di più dellimposta patrimoniale vagheggiata da molti. Tre recenti esempi possono illustrare il rischio dellattesa. Alitalia, a furia di aspettare è stata venduta più piccina di come era, dopo essere costata 4 miliardi al contribuente e a costo di una sospensione delle regole antitrust sulla tratta Linate-Fiumicino. Fincantieri doveva consentire lingresso di investitori privati ormai 10 anni fa, quando i suoi conti erano buoni e il business delle navi da crociera tirava. A causa della feroce resistenza dei sindacati (e della pavidità dei politici) non si è fatto niente e ora la società è in rosso, tiene aperti stabilimenti improduttivi e dovrà pure licenziare migliaia di persone. Tirrenia è diventata così decotta e dipendente dai sussidi pubblici che il suo tentativo di privatizzazione è diventato una farsa. Aspettare? Cosa? I SUCCESSI DEL PASSATO Peraltro, le privatizzazioni in Italia sono state un successo. In primis non ci sono state svendite: secondo gli studi più recenti (Barucci-Pierobon, 2010) lo sconto sulle azioni vendute dal governo è stato persino inferiore a quello normale delle quotazioni in Borsa delle società private. Lo Stato italiano ha incassato a valori attuali 220 miliardi di euro e finché si vendeva abbastanza (cioè dal 1994 al 2005) ciò ha permesso di estinguere debito pubblico per un importo pari allo 0,88 del Pil allanno, senza contare gli introiti provenienti da privatizzazioni di secondo livello (società controllate da imprese pubbliche), immobili o riduzioni di capitale sociale. La vendita di Telecom, la più vituperata, è stata un enorme successo: 13 miliardi di euro, di cui 11,2 a valori 1997, pari nel complesso a 17 miliardi di oggi. LOpa di Colaninno ha poi fatto incassare molti soldi a chi aveva partecipato alla prima offerta di azioni. Per le vicende successive (gestione Colaninno, poi Tronchetti, poi Bernabè), ai posteri lardua sentenza: quello che è accaduto anche di male a Telecom sarebbe potuto capitare a qualsiasi società privata, ma che centra con il successo della privatizzazione? Incidentalmente, il valore di borsa di Telecom oggi è 11,5 miliardi: il Tesoro ha fatto un buon affare, dunque. Inoltre, il mercato nel frattempo si è liberalizzato: lo Stato ha incassato altro denaro con la vendita di Wind ed oggi cè una varietà di scelta prima impensabile: Vodafone, Tre, Fastweb, British Telecom, Tiscali, Wind-Infostrada. Privatizzare non serve solo a fare cassa però, ma anche ad introdurre efficienza e concorrenzialità nel mercato. E bene ricordarsi, infatti, che le aziende pubbliche fanno necessariamente concorrenza sleale a quelle private perché vi è una prossimità tra regolatore e regolato (come mai i monopoli più resistenti sono quelli in mano pubblica: poste, ferrovie, municipalizzate, trasporto locale e così via?) ed in più godono di una maggior facilità di accesso al credito per limplicita garanzia statale: qualcuno può seriamente pensare che il governo farebbe fallire Fincantieri? Ovviamente no, quindi si possono prestare soldi (o emettere obbligazioni) a prescindere dal merito di credito. Queste agevolazioni producono inoltre i caratteristici svantaggi dei monopoli: confortati da condizioni di vita più semplici i manager sentono meno il bisogno di innovare e impiegano il loro tempo a coltivare il rapporto con il potere politico e i regolatori: non cè dubbio che i lobbysti più sofisticati sono coloro i quali agiscono per le imprese statali o concessionarie di un pubblico servizio. IL PESO DELLA POLITICA Le scelte manageriali sono influenzate, ovviamente non sempre o magari neppure spesso, ma in modo maggiore rispetto a chi opera nel privato, da considerazioni di stampo latu sensu politico (chi assumere, dove e quanto investire, che politica di dividendi adottare, quali rapporti avere coi sindacati) e i manager e i consiglieri di amministrazione, per quanto se ne trovino di bravissimi, sono selezionati anche per appartenenza politica: le recenti vicende delle nomine nelle controllate Finmeccanica servono come mesto memento di ciò. Infine, nelle sue manifestazioni patologiche, la proprietà governativa porta a fenomeni di corruttela: non solo le imprese statali corrompono (lo fanno anche le private) ma diventano oggetto di corruzione proprio per la loro natura pubblica. Tangentopoli ha reso chiaro a tutti come funzionava il sistema. Peraltro, persino quando non si arriva a pagamenti veri e propri di tangenti linefficienza e il favoritismo si insinuano: anche i lettori non milanesi hanno probabilmente seguito lo scandalo dellassegnazione a prezzi irrisori e a molti personaggi "rilevanti" delle case del Pio Albergo Trivulzio e di altri enti pubblici. Le privatizzazioni servono anche per la crescita: gli studi empirici non sono univoci, ma in generale testimoniano un aumento di efficienza, fatturato, utili e investimenti nei settori privatizzati (e di retribuzioni per i dipendenti), uno sviluppo dei mercati finanziari mentre il personale non viene ridotto (Barucci-Pierobon 2007). Esse servirebbero per attrarre capitali stranieri, passo fondamentale per la nostra economia, oltre che per importare disciplina nei comportamenti societari ed un sano distacco del management dal potere politico. Anzi, secondo lOcse (2003), le società completamente privatizzate diventano più efficienti di quelle solo parzialmente cedute a terzi: meglio vendere tutto insomma. Le imprese in mano pubblica offrono spesso servizi a prezzi sussidiati: in altre parole prelevano soldi dalle tasche dei contribuenti per favorire i propri clienti. Questa pratica è altamente discorsiva perché impedisce il formarsi di prezzi realistici, requisito fondamentale per la corretta allocazione di risorse, ed in più impedisce ai privati di fare concorrenza, a meno che non ottengano anche loro sussidi, rafforzando ulteriormente leffetto discorsivo. LA LISTA DELLE CESSIONI Bene, detto ciò, cosa si può vendere? La lista è lunga: Fincantieri, Tirrenia, Rai, Finmeccanica, Enav, Anas, Poste, Trenitalia, Enel, Eni, le partecipazioni Fintecna, il Poligrafico dello Stato, Sogei, STM, Sace, Sogin, Invitalia, Snam Rete Gas, Terna e, naturalmente, Cinecittà, Cassa Depositi e Prestiti. Anche a voler dar peso alle preoccupazioni di chi non vuole "svendere", vi sono grandi società non quotate e che operano in settori già liberalizzati o dove è presente la concorrenza privata e che quindi possono essere restituite al mercato senza problemi: Fincantieri, il Poligrafico, la Rai (con tutti i benefici addizionali che ciò comporterebbe dal punto di vista della libertà di espressione e concorrenza tra media), Cinecittà, Invitalia, Sogei, Sace, Sogin, Poste (con la prelibatissima controllata Banco Posta), Grandi Stazioni e Trenitalia, Cassa Depositi e Prestiti, solo per citare le più rilevanti. In questo caso la valutazione verrebbe condotta mediante una procedura dasta organizzata attraverso banche daffari coinvolgendo operatori ed investitori privati. E i compratori ci sono: è di questa settimana lintervista del ceo del fondo sudcoreano Korea Investment che ha 43 miliardi a disposizione per far shopping e, come lui, molti altri. Io continuo a ritenere che la quotazione in Borsa rimanga il sistema più trasparente, ma se proprio non si vuole affrontare il mercato finanziario non mancano le alternative. A queste imprese appena citate si aggiungono quelle partecipate da enti locali, come aeroporti, trasporti, utilities, autostrade, mercati e innumerevoli altre società che vanno dalla ristorazione allinformatica, raggiungendo limbarazzante cifra di circa 12.000. Il valore prudenziale di ciò che è privatizzabile senza soverchie difficoltà tra quanto sopra elencato si aggira sui 200 miliardi. Per gli immobili, il cui valore è prudentemente stimato in 430 miliardi (senza contare che ci sono anche i terreni), sarebbe necessario conferirli immediatamente in fondi chiusi gestiti da banche o istituti finanziari di reputazione internazionale che abbiano la missione di valorizzarli e venderli ricavandoci come compenso una commissione: è il modo migliore per incentivare ad alienare presto e al massimo prezzo possibile. GLI EFFETTI NEGATIVI A volte può sorgere il dubbio che le innumerevoli e speciose difficoltà di carattere burocratico ed amministrativo che vengono sollevate quando si tenta di disfarsi degli immobili, derivi più dal timore di deprimere i prezzi di mercato, con conseguenze dannose sui bilanci di banche, assicurazioni, società immobiliari e piccoli proprietari, che da ostacoli insormontabili. La preoccupazione potrebbe essere fondata, ma si può rallentare lalienazione del patrimonio immobiliare per preservare una bolla? Insomma, non cè che limbarazzo della scelta per chi voglia cominciare e, sotto questo profilo, non possiamo fare a meno di chiedere allesecutivo di evitare un clamoroso passo falso: tra le bozze del decreto liberalizzazioni è spuntata infatti una norma anti-scalata di società quotate. Non possiamo credere che il governo di chi ebbe come compito quello di aprire il mercato interno europeo voglia contraddistinguersi con un provvedimento che blocca il mercato dei capitali, la contendibilità delle imprese, la loro efficienza e lingresso di investitori esteri. Se qualcuno crede nel nostro paese e nelle sue aziende bisogna accoglierlo a braccia aperte, non sbattergli la porta in faccia.