E' una bocciatura senza appello delle maxiaffissioni. Quei contratti per il restauro delle facciate di Piazza San Marco la Soprintendenza non doveva farli così, senza uno straccio di gara. Ma tutta l'impostazione è stata sbagliata, con il rischio di sottostimare il valore effettivo degli spazi pubblicitari, e puree di allungare i tempi dell'intervento... Parole durissime, quelle dell'Ufficio legislativo del ministero dei Beni culturali che bacchetta anche il ruolo acquiescente del Comune. Eccolo l'atteso verdetto con cui i legali del ministero rispondono ai quesiti del direttore regionale dei beni culturali, Ugo Soragni, che aveva avviato un'indagine interna sull'iniziativa della soprintendente di Venezia, Renata Co-dello. Ora siamo alle battute finali. E lo stesso Soragni, dopo questo parere, sta valutando la possibilità di annullare per autotutela l'ultima proroga dei contratti. Per questo ha chiesto ulteriori dettagli alla Codello, visto che la «mera necessità di ripristinare la legalità», come hanno precisato gli stessi legali del ministero, non è condizione sufficiente per esercitare l'annullamento in autotutela. Intanto la Soprintendenza veneziana dovrà astenersi dal sotto-scriverse altre sponsorizzazioni, di qualsiasi tipo. I contratti sotto accusa, sono quelli che la soprintendente Codello sottoscrisse, dal 2008, con la società di pubblicità Remedia e quella di restauro Gerso: maxi pubblicità in Piazza gratis, per sette anni, in cambio del restauro di Palazzo Reale, Procuratie Nuove, Biblioteca Marciana, Zecca, Museo Correr, per un totale di 3 milioni e 600 mila euro. Accordi trilaterali che, in realtà, «non sono riconducibili alla fattispecie della sponsorizzazione»: osserva ora l'ufficio legislativo. Per il privato, infatti, non c'è un «ritorno promozionale indiretto, bensì la disponibilità di uno spazio pubblicitario da cui la società trae un utile economico diretto». Insomma un «contratto atipico sui generis» che «doveva essere ricondotto ad apposita procedura di evidenza pubblica». Una gara necessaria per più ragioni. I legali del ministero fanno notare che in questo modo non è c'è stata una selezione della società pubblicitaria, ma nemmeno di quella di restauro, a cui è bastato aver lavorato in precedenza per la Soprintendenza... Ma c'è dell'altro: questa confusione sulla «qualificazione giuridica del contratto» (che non aveva nulla della sponsorizzazione) ha portato a collegare il corrispettivo spettante alla società di pubblicità «al valore del restauro, e non al valore effettivo degli spazi pubblicitari messi a disposizione». Di qui il «rischio di sottostimare il valore economico di quegli spazi», ma anche quello di para-metrare l'iniziativa «non sull'effettiva durata dei lavori, ma sul tempo necessario alla società pubblicitaria ad avere un ritorno» sufficiente a coprire le proprie spese. L'ultima bacchettata è per il Comune. Visto che uno dei palazzi interessati dall'operazione, quello Reale, è in concessione perpetua al Comune, il direttore generale aveva chiesto lumi all'Ufficio legislativo. E quest'ultimo risponde che il fatto non è rilevante, visto che il Comune ha tenuto una «condotta obiettivamente acquiescente all'iniziativa».