Sei anni, quaranta mostre da Paladino a Kapoor Divisioni tra gli intellettuali Comunque la pensiate sull'arte contemporanea (concettuale o povera che sia, naturalmente semplice o violentemente ostica che sia), dovete riconoscere che il Madre ne è stato finora uno dei più vivaci laboratori italiani. Il museo di Donnaregina, in quel budello stretto che è via Settembrini, in sei anni e mezzo ha rappresentato una centralina di cultura non solo sempre accesa da polemiche, ma soprattutto brillante di sperimentazione e contaminazione. Si è saputo ritagliare rapidamente uno spazio molto caratterizzato e apprezzato. E' diventato un palcoscenico (per molti troppo costoso, tanto da considerarlo un giocattolo che non potevamo permetterci) sul quale è passato il meglio dell'arte visiva contemporanea, al netto delle sale dell'ex provveditorato agli Studi ristrutturate da Alvaro Siza che contengono le opere stabili, le camere d'artista della collezione alla quale hanno lavorato, tra i tanti, Francesco Clemente, Mimmo Paladino, Rebecca Horn, Jeff Koons, Anish Kapoor, Richard Serra, Giulio Paolini, Sol Lewitt. Una quarantina le mostre allestite in questi anni, da quella inaugurale, la grande retrospettiva di Jannis Kounellis fino all'«Urlo del Sud» di Armando De Stefano. In mezzo, tra personali, collettive e installazioni, si possono inanellare i nomi Bruce Nauman (cinquanta lavori, tra sculture, neon, video, performance e disegni, eseguiti tra 1966 ed il 2005), Vedovamazzei, Robert Wilson (con il suo «denso Olimpo di stelle»), il maestro della scultura, Lucio Fabro, Lorenzo Scotto di Luzio (con le sculture cinetiche). E poi ancora: Michelangelo Pistoletto, Georg Baselitz, la foresta artificiale di Brian Eno, Robert Rauschenberg, Alighero Boetti, il «naufragio con spettatore» di Francesco Clemente e Ryan Mendoza. I giudizi non sono stati sempre netti. C'è chi ha accusato Cicelyn e l'ex presidente del cda, Achille Bonito Oliva, di comportarsi come una setta che teneva lontano chi era fuori dal cerchio magico, chi ha invocato un rapporto più stretto con la scena napoletana, ma tutti hanno dovuto riconoscere la potente apertura verso l'Europa, con gli inevitabili limiti di trovarsi in una realtà dove oleografia ottocentesca e leggende nere hanno costituito una doppia cappa fumaria che soffoca. In sé, questa mezza dozzina di anni (con gli ultimi due passati in difesa) hanno contribuito a sprovincializzare Napoli, assieme, ovviamente, alle altre istituzioni museali più mainstream, a cominciare da Capodimonte, e tutto questo rischia di perdersi come lacrime nella siccità, dei fondi.