Parafrasando il titolo di un necrologio che Roberto Longhi dedicò a Giorgio Morandi, "Exit Madre". Ed è una pessima notizia, quanto le altre emergenze napoletane. Croniche, senza fine, tra le quali forse la più letale è proprio il vuoto delle politiche culturali. E tanto più letale è d'ora in poi l'emergenza della cultura della contemporaneità. Letale: aggettivo che qui si usa ricordando che la sua etimologia combina il greco Lethè (oblio) con il latino Lethum (morte); e letale perché nella vecchia ex-capitale incurvata sotto il peso dei millenni resta poco di tutto: industria, commercio, agricoltura, ricerca scientifica. E cos'altro restava da distruggere, calpestare, consumare? La storia, la cultura, la produzione attiva e distribuita di pensiero; la loro ricaduta su un tessuto sociale al tempo stesso locale e internazionale: quella direzione dello sviluppo che i piani di ricerca e di crescita della pur malconcia Ue - che mai come oggi sembra distante da Napoli - annoverano sotto la definizione di "società solidali, innovative e sicure". Società nelle quali la produzione di cultura muove aggregazione sociale, turismo, soldi, sviluppo, sicurezza, inclusione dei gruppi marginali, migliore qualità della vita per tutti. Società in cui il dibattito su questa o quella iniziativa parte dal rispetto del pubblico per il lavoro dell'istituzione che l'ha svolta e proposta. Ecco perché la fine del Madre - che speriamo veder contraddetta - è letale. E quel misto di oblio e morte che ha segnato la produzione di cultura, non solo della modernità, di Napoli. Tra polemiche che nell'arte contemporanea non hanno più spazio da oltre mezzo secolo e guerricciole di conventicola, di quartiere, e anche di minuscola miopia politica, il Madre ha prodotto mostre che ne hanno fatto un punto di riferimento nazionale ed internazionale. Come le rassegne dedicate a Kounellis, Nauman, Marisa Merz, Manzoni, Wilson, Fabro, Pistoletto, Baselitz, Eno, Rauschenberg, Boetti, Steinle, Clemente, Melotti. E come non ricordare che con le rassegne dedicate a Salvatore Vitagliano e a un anziano e prestigioso maestro come Armando De Stefano stava iniziando anche una sistematica riconsiderazione di ciò che si è fatto a Napoli negli ultimi decenni? Non c'è delitto più grande che chiudere un museo, quale che esso sia. Un museo può essere una presenza silenziosa e semideserta nel tessuto di una città - e non era certo il questo il caso del Madre, che ha contribuito a cambiare molte cose anche nella zona di Donnaregina - ma la sua forza aumenta nel tempo con la continuità della sua presenza: possono esserci periodi bui e fasi migliori; può esserci un direttore più attivo di un altro o una visione che si contrappone alla precedente nelle strategie e nelle politiche di gestione. Ma è la chiusura - ci ripetiamo - il danno letale. Poi qualcuno farà la storia delle responsabilità di questa ennesima sconfitta, che - al pari di tanti altri aspetti della vita passata e recente di Napoli - sembra possa essere equamente distribuita tra pubblico e privato. Nei grandi musei della punta del capitalismo occidentale non manca mai la mano pubblica, e quella privata corre costantemente a cooperare. Il livello dei servizi pubblici intorno al Metropolitan Museum di New York è esemplare, ed è pagato dal Municipio di New York, ma quasi tutte le sale del Museo recano il nome di famiglie che le hanno ristrutturate, vi hanno collocato opere dalle loro collezioni, hanno versato somme spesso enormi all'amministrazione del museo. Chi vi entri troverà all'ingresso enormi vasi di fiori in nicchie monumentali, ogni settimana diversi, sempre curati maniacalmente: è questo il dono che Lila Acheson Wallace, co-fondatrice del Reader's Digest e grande mecenate del museo, ha voluto lasciare alla memoria dei visitatori. E necessario parlare di quale sia la differenza tra questi atteggiamenti e quanto accade in Italia e - amplificato mille volte - a Napoli? Ancora una fine, e ancora oblio. Quando tutto ciò avrà un termine?