Partecipazione e qualità fanno parte di un unico processo. Prima si inizia, meglio è Il collega Montanari, infaticabile critico ad ogni offesa paesaggistica nonché - come il sottoscritto - attento e sensibile al tema della qualità urbana, denuncia giustamente luso economicistico del suolo e dei diritti edificatori su di esso da parte dellente pubblico perché strangolato dai debiti. A correzione di tale pratica, Montanari sollecita ladozione e la diffusione del metodo del confronto democratico attraverso il pubblico dibattito per tutti gli interventi in grado di influenzare lidentità dei luoghi se non addirittura di tutta la città. Giusto anche questo. Il punto, ineludibile, è che per realizzare e rendere operante tale espressione di democrazia partecipata, occorre mettere il pubblico in condizione di giudicare. Per questo ogni Comune dovrebbe avere, tra le sue priorità, lopera di capillare e obiettiva informazione di ogni progetto dinteresse collettivo ben sapendo che la città - tutta la città - è pubblica per antonomasia. Montanari conclude poi proponendo la costituzione di un gruppo di specialisticommissione composti da esperti di conclamata competenza cui affidare, in ultima analisi, la valutazione che è pur sempre di.. impatto ambientale. Potrebbe essere - suggerisce - la stessa Commissione locale del paesaggio da lui stesso presieduta (oppure quella "Commissione qualità" che in molti comuni, anche grandi, ha sostituito la Commissione Igienico Edilizia). Lepisodio di via Riberi conferma - purtroppo - che il nodo è, e resta, quello dellattività giudicante. E pur sempre il giudizio di chi è chiamato a valutare, il passaggio decisivo. In ambiti caratterizzati da preesistenze storiche, nulla di più scontato, si direbbe, della competenza delle Sovrintendenze. E questo che dimostra il suddetto episodio? Non direi. Se chi, di mestiere, si occupa solo di monumenti e di architetture del passato torinese, prima dice una cosa e poi il suo contrario, cè da preoccuparsi ma soprattutto da chiedersi come sia possibile. Del resto, è la stessa Sovrintendenza che negli anni passati non ha mosso un dito contro scempi come quello di utilizzare il Palazzo Vela come hangar per posteggiarvi sotto il nuovo palaghiaccio o che ha consentito di ricreare il "Bastion Verde" a Porta Palazzo come se nulla fosse; per non parlare della tentata mascheratura del "palazzaccio" in Piazza del Duomo o dei silenzi su Piazzale Valdo Fusi. Ma, allora, le difficoltà di affidarci a giudizi possibilmente non arbitrari e solo soggettivi, aumentano. La spiegazione, credo, sta nella perdita di ogni saldo riferimento culturale e disciplinare che londa lunga de-regolatrice del Movimento Moderno dalla seconda metà del '900 continua a determinare. Tutto ciò ha inizio già con limpostazione dei PRG della nostra epoca, come quello di Torino: tabula rasa di tutta la memoria storica della civiltà industriale, nessun vincolo nella zona storica centrale sei-ottocentesca (e quindi nemmeno attorno alla Mole, salvo apporlo ora, dopo 17 anni), piena e sfrenata libertà ad ogni invenzione urbanistico-architettonica in assoluta sudditanza ai soli interessi immobiliari pur in dispregio del tanto ricordato contesto, della sua storia, della sua cultura, della sua anima civile, urbana. Che fare? Per prima cosa smettere di agire condizionati dal fattore della rendita e cioè dallimpellenza di fare cassa. In secondo luogo, dotarsi di strutture che facciano della qualità il criterio ispiratore e il fattore di verifica di ogni intervento. Terzo, aprirsi agli stati generali della cultura del paesaggio urbano ed extra-urbano che - in modo permanente e con il coinvolgimento di tutte le categorie e le scuole di formazione professionale interessate - producano lhumus, il substrato di capacità critica e di vigilanza dellattività progettuale. Quarto, sguinzagliare le proprie strutture (es. Urban Center, rifondato) nei quartieri e nelle borgate per spiegare ogni proposta di cambiamento (non i progetti già confezionati), raccogliere gli input dalla base, confrontarsi con le indicazioni di tecnici adottati dai comitati locali, espressione della volontà di organizzarsi e di contare da parte dei cittadini. Qualità e partecipazione fanno parte di un unico, inscindibile processo. Prima lo si inizia, meglio è perché è in esso lunica garanzia contro liper-soggettivismo e il liberismo architettonici: non cambiando la nominazione alle commissioni esistenti o, peggio, aggiungendone altre. ( presidente dellassociazione culturale degli architetti di Torino "Cittàbella")
TORINO - Ciò che insegna il caso di via Riberi
Il collega Montanari, critico ad ogni offesa paesaggistica, sollecita l'adozione di un metodo del confronto democratico per influenzare l'identità dei luoghi e tutta la città. Per realizzare questo processo, Montanari propone la costituzione di un gruppo di specialisti per valutare l'impatto ambientale. Tuttavia, l'episodio di via Riberi conferma che il nodo è quello dell'attività giudicante, che spetta alle Sovrintendenze. La Sovrintendenza torinese è stata criticata per non aver mosso alcuna opposizione a progetti dannosi, come l'utilizzo del Palazzo Vela come hangar per posteggiare il palaghiaccio.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo