Tra le grandi strade, le case ancora da finire e i ruderi lasciati a marcire, i segni del terremoto del 1968 continuano ad imporsi sul paesaggio stravolto nei lunghissimi anni da una ricostruzione ancora incompleta. Dopo 44 anni da quella notte tra il 14 e 15 gennaio in cui nella Valle del Belìce la terra tremò, si continua a fare i conti con opere incomplete e case ancora da costruire. Santa Margherita di Belìce comune della provincia di Agrigento, a pochi chilometri da Montevago epicentro di quel tragico sisma, risulta il paese più arretrato rispetto agli altri nella ricostruzione di opere pubbliche e private. Sarebbero ancora 100 le case di edilizia privata da costruire con annesse opere di urbanizzazione: fognature, strade, marciapiedi, illuminazione pubblica. Un paese che si porta addosso il peso di una ricostruzione "selvaggia" che per niente ha tenuto conto della tradizione e della cultura dei suoi abitanti. Un paesaggio prettamente rurale oggi stravolto dal cemento, dalle grandi case a quattro piani, e da un'estensione territoriale così vasta che ha allontanato e diviso i suoi abitanti nel ricordo di un passato fatto di cortili,stradine che portavano alla piazza principale. Cittadini che per muoversi da un punto all'altro del paese devono utilizzare l'auto e ragazzini che per spostarsi dalla periferia al centro fanno l'autostop. Intorno scheletri di palazzi incompleti e abbandonati, grandi strade che si intrecciano come labirinti tra le abitazioni, e nelle campagne ancora i resti di amianto delle ormai dimenticate baracche. I segni del sisma si intravedono nei vecchi ruderi che malgrado l'abbandono conservano il fascino del ricordo. Eppure a 44 anni dal terremoto gli abitanti hanno cercato lo sviluppo, attraverso il territorio, l'agricoltura, i prodotti tipici e la cultura. Nella cittadina del Gattopardo "Donna Fugata" in cui Tomasi di Lampedusa trovò ispirazione tra il Palazzo Cutò e il Museo della Memoria gli abitanti provano ancora con pochi risultati a rilanciare l'immagine del paese scontrandosi con l'assenza di strade di collegamento e di servizi. A questo si aggiunge, dopo il boom della ricostruzione degli Anni 80,un paese che rischia di svuotarsi tra emigrazione, mancanza di lavoro e crisi del comparto agricolo. In una cartolina del paese non certo prospera e felice molti si chiedono chi dovrà abitare le 100 case ancora da costruire. Per il Sindaco di Santa Margherita di Belìce Francesco Santoro si «tratta di un diritto acquisito e di un impegno economico che lo Stato si è assunto. La nostra - ha aggiunto il sindaco belicino - non è chiedere l'elemosina ma far si che vengano rispettati gli impegni presi in un territorio che oltre ad aver avuto nel tempo meno della metà dei finanziamenti rispetto al terremoto del Friuli, oggi vuole rinascere e creare sviluppo». Onorio Abruzzo 14012012