Michele Concina spiega le ragioni del mancato accordo con Benetton e rilancia «Così voleva la Pivano, invece i due terzi sono finiti a Treviso» Motivazioni «Fernanda si lamentava che i due terzi dei suoi libri fossero stati portati a Treviso, dove neppure lei poteva più consultarli» Con una lettera indirizzata al direttore del «Corriere della Sera» Ferruccio de Bortoli e pubblicata ieri, Luciano Benetton ha espresso «la profonda preoccupazione della Fondazione Benetton per la perdita di un'occasione importante: vedere finalmente catalogato e reso accessibile a tutti il patrimonio culturale di uno dei più importanti esponenti della cultura italiana e internazionale, Fernanda Pivano», una universalità di beni oggetto di donazione in favore della Fondazione. Dopo aver ricordato il sogno della Pivano «di mettere a disposizione di tutti il sapere e la cultura», Benetton ha aggiunto che «il sogno però non si è potuto realizzare» in quanto «in seguito alla perdita della persona e dell'artista» io, unico erede, avrei deciso di «non proseguire nella consegna dei materiali dell'artista» di cui dispongo. L'industriale ha quindi fatto a me, in quanto erede di Fernanda Pivano, «un ultimo e sincero appello per realizzare quel sogno di completare la catalogazione delle opere», incluse quelle in mio possesso e a spese della Fondazione, con l'intesa di «affidare poi tutto il materiale catalogato a un prestigioso partner istituzionale individuato congiuntamente tra le parti». Vorrei rispondere chiarendo alcuni punti. Lo faccio con le parole della stessa Pivano che nei suoi Diari editi da Bompiani, così scriveva (il brano è tratto dai Diari2, pagina 1.079): «Benetton mi aveva offerto di mettere i miei libri al sicuro in una biblioteca che avrebbe portato il mio nome e quello di mio padre e che sarebbe stata disponibile per gli studenti e i ragazzi. Ma la generosità dell'impero Benetton sarebbe resistita fino al 2005, quando il mecenatismo sarebbe stato offuscato dal trasporto (da me non voluto) di due terzi dei miei amati libri da Milano a Treviso. E così, oltre a essere lontani da me, erano anche lontani tra di loro». Queste sono parole di Fernanda, disperata per il trasferimento dei suoi libri, i libri che tanto amava e che voleva fossero patrimonio dei giovani della città che l'aveva adottata, cioè Milano. Ed è ancora Fernanda a raccontare nei diari la sua delusione (stesso volume, pagina 1085) ricordando un episodio avvenuto durante e dopo un'intervista per SkyTv nel 1997: «Una voce fuori campo scrive la Pivano aveva detto con insolenza: "Tanto più che quel Benetton è un trevigiano, non è neanche un milanese". Allora mi ero incazzata e avevo detto che per fortuna era un trevigiano, così generoso da avere regalato quelle migliaia di volumi alla città di Milano invece di portarli a Treviso e farsi eleggere sindaco. Avrei capito solo un anno dopo quanto ero stata ingenua quel giorno in cui li avevo affidati a questo industriale, visto che oggi due terzi dei miei libri sono a Treviso, lontani da me, con la scusa di "dare prestigio" alla sede trevigiana. E, vorrei aggiungere, di "darmi uno dei più gravi dolori della mia troppo lunga vita"». Ecco, io difendo il rispetto della volontà di Nanda: che tutto resti a Milano. Vi è poi nella lettera di Luciano Benetton un riferimento all'entità della donazione. Scrive Benetton nella lettera: «(...) Nanda si è rivolta a chi poteva aiutarla in modo concreto e autentico, procedendo con una donazione alla Fondazione Benetton dell'universalità della propria biblioteca». In realtà la donazione ha per oggetto non una universalità di beni, ma unicamente i beni indicati in un allegato all'atto notarile di donazione dove è indicato un elenco di materiali ben preciso e definito. Quei materiali sono stati sin da allora consegnati alla Fondazione dalla stessa Fernanda Pivano. Più in generale, la serenità, l'armonia e la «speranza e unità» di cui parla la lettera di Benetton, io non le vedo. Ravviso invece un tradimento costante e continuo di quel sogno di Fernanda evocato proprio nella lettera di Benetton («mettere a disposizione di tutti il sapere e la cultura è stato il grande sogno di Nanda»). Basti fare l'esempio della prima grande mostra dalla scomparsa di Fernanda Pivano, a lei dedicata, tenutasi al Palazzo delle Stelline a Milano, in cui la Fondazione ha addirittura rifiutato il prestito di pochi libri da esporre in mostra, adducendo in una lettera del 15 febbraio 2011 a firma del Direttore della Fondazione Benetton «ragioni organizzative interne». Dov'era allora la disponibilità dichiarata da Benetton nella lettera pubblicata ieri di far sì che «la cultura e l'arte di Fernanda» fossero «sempre più al centro della vita delle persone, per superare particolarismi e dare speranza e unità»? Una biblioteca generale di tutte le opere e i materiali raccolti in tutta la vita di Fernanda Pivano, ferma la rispettiva spettanza delle opere e dei materiali stessi in capo ai reciproci proprietari, può essere una realtà immediata per la città di Milano. Anzi una grande opportunità per una Milano che sta rinascendo. Per questo ho costituito nel 2011 una associazione culturale senza scopo di lucro, la «Fernanda Pivano Generation», alla cui presidenza è appena stato nominato il professor Valerio Di Carlo, grande e generoso amico di Fernanda. La nostra associazione ha anche prodotto il film Pivano Blues, presentato all'ultimo Festival di Venezia e anche in questo caso la Fondazione Benetton è rimasta assente. Io, insieme al Presidente dell'associazione, Di Carlo, abbiamo deciso di mettere a disposizione le opere e i materiali di mia proprietà alla Fondazione Corriere della Sera, quale istituzione di prestigio e simbolica, visto che è parte del giornale presso il quale Fernanda ha lavorato per moltissimi anni. In tal senso ci stiamo muovendo. In questo modo riteniamo che l'archivio di Fernanda sarà opportunamente conservato e valorizzato per realizzare il suo desiderio di rendere disponibile a tutti e far conoscere soprattutto ai giovani la letteratura e la cultura americana, desiderio in cui mi riconosco anch'io. Se la Fondazione Benetton vorrà riunire tutto il materiale donatole da Fernanda presso la Fondazione Corriere della Sera, insieme al mio, Luciano Benetton potrà tener fede alla promessa morale che ha fatto a Fernanda e che ha ancora dichiarato nella sua lettera. Il caso. L'editore Michele Concina è l'erede di Fernanda Pivano, 1917-2009. A lui, Luciano Benetton, presidente della «Fondazione Benetton» che nel 1998 aveva aperto al pubblico a Milano la «Biblioteca Riccardo e Fernanda Pivano», ieri ha lanciato dalle pagine del «Corriere» un appello per riunire i libri e le carte della studiosa.