La leggenda Apollo donò alla profetessa vita millenaria ma lei dimenticò di chiedere anche l'eterna giovinezza La prima scoperta si rivelò un flop, 30 anni dopo nuova localizzazione Ma restano ancora tanti i dubbi E' conosciuta nel mondo soprattutto per l'Antro della Sibilla. Strano destino, quello di Cuma. Nacque da essa tutta una civiltà, ed essa oggi come realtà amministrativa non esiste. Non è altro, la Cuma di oggi, che una frazione del comune di Pozzuoli, e sugli annuari turistici non viene registrato nemmeno il numero dei suoi abitanti. La città, insomma, i cui abitanti fondarono Partenope, cioè Napoli, e Zancle, cioè Messina; la città che inizialmente comprese anche le attuali Pozzuoli, Baia, Miseno e Bacoli e che più tardi estese il suo potere nell'intera Campania, oggi è semplicemente un «parco archeologico». Strano destino perché Cuma non fu soltanto il regno della più celebre delle sibille del mondo antico, ma fu anche il teatro delle principali leggende popolari dell'universo pagano: l'approdo del greco Ulisse e del troiano Enea, le scorribande dei ciclopi, l'ingresso al mondo degli Inferi (cioè l'aldilà) tramite la palude Averno, e inoltre la lotta fra Giove e i Giganti. Tutto quanto Roma ha ricevuto dal mondo greco venne filtrato da Cuma. A loro volta i greci che avevano fondato Cuma provenivano da Eubea. L'anno dello sbarco venne fissato nel 1050 avanti Cristo da Strabone e da altri storici romani; la recente critica storica, però, ha avvicinato a noi di un paio di secoli l'epoca di quello sbarco. Diventati cumani di fatto e di diritto, questi oriundi greci fondarono un presidio militare a Dicearchia, l'attuale Pozzuoli, e diedero vita nel 680 avanti Cristo a Neapolis, l'attuale Napoli. Cuma, o meglio lo stato cumano, raggiunse il massimo dello splendore fra il 750 e il 500 avanti Cristo. Nella metà del quarto secolo avanti Cristo, Cuma diventa vassalla di Roma, ma è proprio con Roma che rifiorisce. A Baia, «rione» di Cuma, ogni imperatore si farà una villa. Nel periodo dell'Impero, insomma, la costa cumana è, per i ricchi, quella che oggi è, per molti, la Costa Smeralda. Con un valore aggiunto: quello conferitole dalla presenza della Sibilla. Il mondo classico, bisogna precisare, conosceva una decina di sibille, cioè vergini dotate di virtù profetiche, ma la più nota e accreditata era appunto quella cumana. Si chiamava Deifobe ed era una sacerdotessa di Apollo. Secondo la leggenda Apollo si era innamorato di lei e, per ingraziarsela, si era offerto di rendere reale qualsiasi desiderio lei avesse esternato. «Voglio vivere tanti anni quanti granellini di sabbia può contenere il mio pugno», aveva risposto la Sibilla. Si era dimenticata, però, di chiedere anche l'eterna giovinezza, e perciò si era ridotta stravecchia e raggrinzita. Per pudore, non si faceva vedere e bisognava accontentarsi di ascoltare la sua voce. Nella realtà dei fatti la sibilla cumana, che effettivamente abitava in un antro presso il tempio di Apollo, non era un'unica persona ma una successione di varie sacerdotesse appartenenti a generazioni diverse. Il culto della Sibilla incontrò un immenso favore presso i romani. E del prestigio riconosciuto alla Sibilla si avvalse Virgilio, nel sesto libro dell'Eneide per descriverne la dimora: «Un antro immanso che nel monte penetra. Avvi dintorno cento vie, cento porte; e cento voci n'escono allor che la Sibilla le sue risposte intuona», tradusse Annibal Caro. Quei versi, i versi di Virgilio suscitarono per secoli la curiosità degli studiosi e degli archeologi. Dov'era quella grotta dalle cento porte in cui la profetessa declamava le sue frasi ambigue? Nel Medio Evo fu scoperta una grotta presso il lago di Averno e si gridò vittoria: perfino Petrarca e Boccaccio credettero che fosse quella la dimora della Sibilla. Ma troppi particolari erano in contrasto con la descrizione di Virgilio. Ma ecco che, intorno al 1920, arriva a Cuma l'archeologo Amedeo Maiuri. Sta per cadere il bimillenario virgiliano e Maiuri vuol fare il gran colpo. Abbattendo e sfabbricando, scopre anche lui una grotta e ne dà l'annuncio all'Italia intera: «Ho ritrovato il vero antro della Sibilla». Proseguendo i lavori, Maiuri si accorge però che quella grotta non può essere identificata con il mitico antro. Ma tutto è pronto per i festeggiamenti e Maiuri non può fare macchina indietro. Solo nel 1954, Maiuri scoprirà quello che tuttora viene indicato come il vero antro della Sibilla. Proprio «vero»? Alcune fenditure nelle pareti fanno pensare alle «cento porte» citate da Virgilio. Ed è quanto basta per nuovi, anche se estemporanei festeggiamenti. E per apporre targhe di marmo alle pareti. Al di là della leggenda e al di là anche della letteratura e delle possibili «bufale», il luogo è senza dubbio suggestivo. C'è da rabbrividire al pensiero che l'incuria o altri fattori non ancora accertati possano averlo guastato.
Pozzuoli. Le ricerche della grotta seguendo il racconto di Virgilio
La leggenda di Cuma, una città antica situata nella Campania, è legata alla profetessa Sibilla, che secondo la leggenda era stata donata dalla dea Apollo una vita millenaria. Tuttavia, la Sibilla si era dimenticata di chiedere l'eterna giovinezza e quindi si era ridotta invecchiata. La città di Cuma era famosa per essere il teatro delle leggende popolari dell'universo pagano, tra cui l'approdo del greco Ulisse e del troiano Enea, le scorribande dei ciclopi e la lotta fra Giove e i Giganti. I greci che avevano fondato Cuma provenivano da Eubea e lo sbarco avvenne intorno al 1050 a.C.
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