Antitrust, Corte dei conti e Procura di Roma hanno deciso di verificare se sia un buon affare per lo Stato Alle ore 14:47 Diego Della Valle entra all'Hotel Hassler, principesco edificio sopra la scalinata di piazza di Spagna. Attraversa in fretta il corridoio dove le vetrinette espongono lussuosi capi di boutique: niente prezzi, solo un minuscolo cartellino "sales -30". L'imprenditore non guarda gioielli e cachemire, butta l'occhio sulla sala dove i giornalisti lo stanno aspettando: deve spiegare che fine farà l'accordo sul restauro del Colosseo dopo che Antitrust, Corte dei conti e Procura di Roma hanno deciso di controllare se sia davvero un buon affare per lo Stato. Della Valle sale al sesto piano, ristorante panoramico e suite. Gioca in casa: questo è l'albergo dove incontra a colazione Clemente Mastella, questo il prezioso salotto dove ipotizzava col costruttore Salvatore Ligresti e il sindaco di Firenze l'edificazione di una mega area fuori città. Ieri invece ha invitato la stampa per parlare del famoso contratto che con soli 25 milioni di euro permette al marchio Tod's una consistente visibilità di qui ai prossimi quindici anni (almeno). Tre quarti d'ora dopo l'ingresso nella hall, fresco e pettinato, Della Valle siede davanti ai microfoni. "Grazie di essere qui, volevo solo darvi la nostra versione - ha esordito -. Considerato che a qualcuno non piace che siamo noi a sponsorizzare i lavori, avevo deciso di rescindere il contratto. Quando ho manifestato questa volontà al ministro della Cultura, lui mi ha convinto ad aspettare un po'". DUNQUE una semplice preghiera di Lorenzo Ornaghi ha stoppato la verve di un industriale ormai convinto di dover ricoprire un ruolo socialmente utile: "Aspetterò, perché questo è oggi il compito degli imprenditori - ha spiegato -. Costruendo una scuola o dando una mano al patrimonio artistico, senza alcuna contropartita. Non ci guadagniamo proprio nulla dal Colosseo, non è mai stata un'operazione commerciale". Non la pensa così la Uil, che ha stimato in duecento milioni di euro il ritorno d'immagine, richiedendo una regolare gara d'appalto anziché un accordo tra ministero e un privato. "Discussioni provinciali, teatrini romani di basso livello - s'infastidisce Della Valle -. Useremo il logo del Colosseo solo sulla nostra carta intestata, il marchio Tod's sarà sulla cartellonistica a terra e non su quella sospesa, non faremo nulla dentro la struttura se non agevolare l'ingresso di bambini, anziani e disabili. L'unico diritto esclusivo sarà raccontare lo stato di avanzamento del restauro. Dove sta il guadagno?". Forse nei cinquanta giornalisti (italiani e stranieri) presenti ieri all'Hassler, nell'eco planetaria che ogni mattone del Colosseo avrà di qui all'eternità. Nel frattempo Della Valle, che chiede alle autorità giudiziarie di fare "presto e bene", s'è garantito un piccolo surplus, ovvero la riconoscenza del governo Monti. Un dietrofront sulla vicenda sarebbe stato un clamoroso colpo al sottosegretario alla Cultura Roberto Cecchi, colui che concluse l'accordo nella sua veste di allora dirigente Mibac. "Le persone con cui abbiamo siglato il contratto sono sempre state corrette" ha tenuto a sottolineare Della Valle, mentre un comunicato del ministero riconferma totale "stima e fiducia" nell'operato di Cecchi. Tutto ciò nonostante la gara inizialmente bandita perla sponsorizzazione fosse stata un flop, e la successiva scelta di puntare tutto su Della Valle sia ora al vaglio delle autorità. "Il Paese ha bisogno di credibilità, questo ci siamo detti io e il ministro" ha concluso il mecenate marchigiano che - tecnicamente - sa come si prendono due o tre piccioni con un po' di spiccioli.