La surreale vicenda del Museo d'Arte contemporanea palermitano di Palazzo Riso appare per molti versi emblematica. Dopo soli tre anni di vita, il direttore Sergio Alessandro (vicino all'ex ministro Gianfranco Micciché) annuncia che il museo sta per chiudere perché la Regione Sicilia avrebbe arbitrariamente bloccato dodici milioni di euro di finanziamenti provenienti dall'Unione Europea. A stretto giro, l'assessore ai Beni culturali e all'Identità Siciliana (sì, avete letto bene) della Regione, Sebastiano Missineo, e lo stesso governatore Lombardo hanno smentito tutto, accusando di irresponsabilità il direttore del museo. Nel frattempo,è cresciuto a dismisura su internet la mobilitazione a favore di Palazzo Riso (culminata in uno spettacolare oscuramento hacker del suo sito), e per oggi alle 19 è annunciata un'assemblea aperta a tutta la cittadinanza. A differenza del Madre e di molti dei pretenziosi 'acronimi' spuntati come funghi in tutta Italia, Palazzo Riso non ha interpretato l'ambigua missione di un museo per l'arte d'oggi come un'abdicazione sistematica al grande mercato internazionale, ma ha invece scelto di condurre una ricerca aperta e condivisa sul possibile ruolo civile dell'arte contemporanea: il che spiega perché la sua paventata chiusura abbia suscitato una così vasta e determinata contrarietà. Quel che invece, palesemente, non funziona è il rapporto con la politica. Non è possibile che un museo sia ostaggio delle faide della fradicia classe politica siciliana, né che la sua sopravvivenza debba dipendere da finanziamenti più o meno occasionali. Se i musei d'arte contemporanea sono degli effimeri strumenti della politica locale, è meglio chiuderli e destinarne i fondi alla tutela del patrimonio storico e artistico. Ma se, come nel caso di Palazzo Riso, essi riescono a costruirsi un vero ruolo culturale e sociale è vitale renderli autonomi finanziariamente, e tagliare il cordone ombelicale con un potere locale che, incapace di servire la cultura, cerca, maldestramente, di servirsene.