Per il Parco della Musica di Firenze mancano all'appello 265 milioni, ma a Reggio Calabria non ci sono i soldi addirittura per l'allestimento dei Guerrieri di Riace nel Museo Archeologico Nazionale. Alla fine è saltata anche quell'inaugurazione di facciata (col cantiere ancora aperto) che avrebbe permesso di tenere dentro l'anno dei festeggiamenti per il 150mo dell'Unità d'Italia il restauro del Museo Archeologico Nazionale (Palazzo Piacentini), una delle «grandi opere» previste. Causa, come per quasi tutte le altre: esaurimento dei fondi. Lo stop ai lavori è dovuto infatti al mancato pagamento da parte del Cipe di 6 milioni di euro, richiesti, in aggiunta a quelli già stanziati, per nuovi interventi sorti in itinere. Altri 5 milioni servivano poi per l'allestimento (compresi gli impianti speciali, come la climatizzazione per la sala dei Bronzi di Riace e la sala-filtro di accesso a quest'ultima). Non una novità, dato che la mancata previsione di copertura finanziaria per quest'ultima voce era stata già denunciata nel 2009 da Felice Costabile, professore dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria (cfr. n. 294, gen. '10, p. 46). E mentre altrove sono in ballo cifre da capogiro, come per il Parco della Musica di Firenze (si chiamerà Teatro dell'Opera di Firenze-Maggio Musicale Fiorentino), per il quale mancano all'appello 265 milioni, in Calabria i 5 milioni mancanti sono stati trovati dalla Regione attingendo al Po Fesr 2007-13 (Programma operativo Fondo europeo per lo sviluppo regionale): in calcio d'angolo, proprio a dicembre, quando l'impresa, la pugliese Cobar, stava facendo ormai i bagagli. Basterà a completare l'opera?! lavori dovrebbero riprendere ai primi di gennaio, con previsione di inaugurazione in marzo, ma non a diradare le ombre che si allungano su questo cantiere, non meno che sul nuovo auditorium fiorentino (oggetto di ricorsi al Tare di un'indagine della magistratura, che presenta diversi punti di contatto col cantiere reggino). Se a Firenze però si è riusciti ad aprire per il concerto di Zubin Metha del 21 dicembre (senza parcheggi, servizi e l'altro auditorium più piccolo), è quanto meno un paradosso che un museo non possa aprire perché manca l'allestimento. Se poi è preoccupante che i costi siano triplicati per quella che è la più grande delle opere attualmente in costruzione in Italia, lo è a maggior ragione per un edificio con una superficie relativamente contenuta, con i suoi 9mila metri quadrati. I costi lievitati Come sono lievitati i costi a Reggio? La Cobar (coinvolta in altri due cantieri del 150mo dell'Unità: teatri San Carlo a Napoli e Petruzzelli a Bari) il 5 febbraio 2008 si era aggiudicata l'appalto abbassando a circa 11,2 milioni di euro (con base d'asta di quasi 14). Poi i milioni erano diventati 17,8 (13 messi a disposizione dalla Presidenza del Consiglio, più quasi 5, tra fondi Mibac rimasti in Calabria non spesi e cofinanziamento della Regione per 2,4 milioni), a cui vanno aggiunti i 6 del Cipe e i 5 alla fine accordati dalla Regione. Tirate le somme, i milioni sono saliti a 29. Lievitazione qui, come altrove, da imputare allo strumento dell'appalto integrato, per cui sulla base di un progetto preliminare viene fatta la gara che sarà aggiudicata dalla ditta che offre i1 ribasso migliore che stenderà poi anche i progetti definitivo ed esecutivo. Ed è in questa fase che entrano in gioco tutte le varianti e integrazioni non previste nel preliminare. Insomma, quel «sistema gelatinoso», secondo l'ormai nota definizione dell'architetto Paolo Desideri dello studio romano Abdr, progettista di ben due delle grandi opere (Reggio Calabria e Firenze ): nel caso del museo, chiamato (con un concorso a partecipazione ristretta) per «la variazione di quel progetto (preliminare, redatto dal direttore regionale Francesco Prosperetti, ed esecutivo della Cobar, Ndr) che, ancorché su base di gara, poi aveva avuto osservazioni da parte della soprintendenza della Calabria. Un dato paradossale. secondo quello che è normalmente il costume italiano: c'era un'impresa pronta a costruire, ma mancava un progetto», come diceva Desideri nel dicembre 2009. Che nell'appalto iniziale mancassero molte previsioni di spesa ci è confermato proprio da Prosperetti, il quale ammette che «tutta una serie di opere, pur indispensabili (restauro facciate, adeguamento antisismico, ristrutturazione uffici della soprintendenza, che ha sede nello stesso edificio, e affitto di appartamenti dove delocalizzarli, restauro Bronzi ecc.), non erano state considerate all'inizio per non perdere l'opportunità di far rientrare il progetto tra quelli finanziabili per il 150mo». Tra le voci più consistenti del rialzo, la mancata previsione della messa in sicurezza antisismica dell'edificio, in un'area come quella dello Stretto, è un altro elemento condiviso con Firenze, dove nondimeno si sapeva fin dall'inizio che si sarebbe dovuta affrontare la questione idrogeologica. Ma l'asse Firenze-Reggio si sostanzia anche per altro. Ad esempio, l'ingegnere Enrico Bentivoglio (presente a vario titolo in alcuni degli altri cantieri) è commissario delegato per il museo di Reggio in seno alla Struttura di missione per il 150mo, e anche direttore di quei lavori per il Teatro della Musica di Firenze progettati dallo stesso Desideri che poi avrebbe chiamato a Palazzo Piacentini. A Reggio intanto si va oltre. Non solo per le revisioni progettuali si bypassa l'impresa aggiudicataria affidandole a un nuovo soggetto (lo studio Abdr), ma si continua a pensare in grande anche se non ci sono i soldi e i lavori sono fermi. Per un ampliamento che sfrutti gli spazi ipogei immediatamente antistanti l'ingresso (costo circa 7 milioni), ancora Prosperetti aveva bandito un concorso d'idee a partecipazione (di nuovo) ristretta, vinto nel maggio scorso dall'architetto romano Nicola Di Battista. Sfumati il canale di finanziamento del Piano operativo interregionale (Poin), si punta adesso sui fondi europei (50 milioni in tutto) di un grande progetto per la «Promozione e valorizzazione della Magna Grecia». I Bronzi in attesa... La vicenda Reggio, toccata solo di sfuggita dalle inchieste giornalistiche (come in quella de «la Repubblica», del 6 ottobre 2011, mentre «l'Espresso», il 25 agosto 2011, parlava addirittura di «Miracolo a Reggio», dove sarebbero stati rispettati budget e tempi di consegna), andrebbe dunque approfondita. A cominciare dalla procedura di gara. Forse si dimentica che la Cobar se l'è aggiudicata impegnandosi a osservare anche la clausola che prevedeva, a garanzia della fruizione dei Bronzi, l'obbligo del mantenimento dell'apertura della sala in cui erano custoditi per tutta la durata dei lavori. In particolare, venivano riconosciuti ulteriori 6 punti in sede di valutazione delle offerte all'impresa che si fosse impegnata in tal senso. Poi, dopo una sollevazione cittadina contro l'ipotesi di trasferimento delle statue all'lscr, il coup de theatre del laboratorio di restauro a Palazzo Campanella, sede reggina del Consiglio regionale, consentì che i due guerrieri uscissero «di propria iniziativa» dal museo. Roberto Ciabattoni, fisico dell'Iscr, ricorda che «nell'estate 2008, su richiesta dell'allora soprintendente Caterina Greco, avevo prodotto una relazione in cui sconsigliavo, per questioni di sicurezza conservativa, di mantenere le due statue nel museo col rischio di sottoporle alle inevitabili sollecitazioni prodotte dal cantiere». Ciabattoni scioglie anche una questione mai chiarita, quella del cosiddetto dossier dell'Enea, sulla base del quale i Bronzi avrebbero necessitato di un urgente ricovero a Roma. Quel dossier (di circa I(X) pagine), invece, «era stato prodotto congiuntamente da Enea e Iscr in vista del trasferimento dei Bronzi al G8 della Maddalena, per predisporre un loro sistema di movimentazione e trasporto in sicurezza». Con Io spostamento poi del summit a L'Aquila, il documento rimasto in un cassetto venne rispolverato dal sottosegretario Gianni Letta come pezza d'appoggio per motivare la necessità delle indagini diagnostiche a cui sottoporre i due Guerrieri a Roma. Insomma, anche ad alti livelli non si capisce bene se stesse più a cuore lo stato di salute delle statue o piuttosto che si trovasse il modo per tirarli fuori dal museo. Dove ancora attendono di rientrare, «parcheggiati» a Palazzo Campanella, sebbene l'intervento conservativo si sia ormai concluso da molti mesi.