Intervista allintellettuale che abbandona la squadra di Renzi dopo due anni e mezzo: ho impostato il lavoro, i risultati si vedono Da Empoli esce di giunta:"Ho dato una scossa ai ragionieri di provincia" Quella di martedì prossimo sarà la sua ultima seduta di giunta. Giusto il tempo di formalizzare le dimissioni e di salutare il sindaco e i colleghi. Perché ha già il biglietto aereo per il giorno dopo. Giuliano da Empoli lascia la squadra Renzi di cui è stato assessore alla cultura. Lintellettuale è soddisfatto del lavoro impostato di cui «si vedono i risultati» e di aver dato una scossa a Firenze: la più piccola città-globale del mondo, troppo spesso nelle mani di «ragionieri di provincia». MASSIMO VANNI Quella di martedì prossimo sarà la sua ultima giunta. Giusto il tempo di formalizzare le dimissioni e di salutare il sindaco Matteo Renzi e colleghi: ha già il biglietto aereo per il giorno dopo. Dopo due anni e mezzo come assessore alla cultura Giuliano da Empoli parte per gli States, prima per New York e poi per la Florida. Un lungo "sabbatico" per scrivere il suo nuovo libro e per rimettersi, dice lui, dalle fatiche comunali. Assessore da Empoli, dal "Bar Camp" al bar sotto il sole? «(Ride) Ho fatto un lavoro fantastico per due anni e mezzo. Me ne vado via molto contento perché, nonostante le sofferenze e le arrabbiature, posso fare un bilancio e questa esperienza è stata bellissima e, per me, lunghissima». Perché interrompere un lavoro iniziato ma non concluso? «Non credo che questo sia un lavoro che si può concludere. Mi ero dato due anni e sarebbe stato una sconfitta personale se ci fossi stato meno. Adesso vado via molto tranquillo». E cosa risponde a chi laccuserà di abbandono? «Che è stato impostato un lavoro di cui si vedono risultati adesso e soprattutto alcuni obiettivi individuati per il futuro». Un bilancio dei suoi due anni e mezzo alla cultura. «Un assessore alla cultura, in un momento in cui non ci sono risorse, deve dare il tono della conversazione. Cè una bellissima storia del giovane poeta inglese Auden che va a visitare lo storico dellarte Berenson nella sua villa: si entusiasma di fronte alla sua collezione di quadri ma quando si siede nel salone il poeta dice: "Manca un cuscino viola con la scritta dorata saluti da Las Vegas". Ecco, credo cioè che il dibattito pubblico della cultura a Firenze avesse bisogno di una scossa. Questa è una città con un patrimonio storico pesante: vale lapproccio del ragioniere di provincia che coltiva il suo orticello o portare un po di aria nuova? Renzi lo ha fatto a livello macro, io ho provato a farlo nel micro. Perché Firenze ha bisogno del cuscino di Auden». Chi sono i ragionieri di provincia? «Mettiamola così. La cosa fantastica di Firenze è che è la più piccola città globale del mondo: una città di 370mila abitanti attraversata da flussi globali che però ha una "governance" di una medio-piccola città di provincia: la logica locale prevale quasi sempre sullimpatto strategico e sulla visione globale». E quindi se ne va. «Ripeto me ne vado contento. Questo lavoro implica una componente amministrativa e una diplomazia quotidiana e uno che vuole scrivere non ha il tempo. Da quando ho deciso di andarmene mi si è riaperto il cervello, fino ad ora occupato dalle associazioni, dalla delibera, dai soldi che mancano qua e là». Che intende scrivere? «Un saggio su Firenze, su cosa cè di attuale in questa città che possa essere interessante oggi, dopo la crisi del 2008». Ma cosa ha fatto in questi 2 anni e mezzo? La "nuvola" wi-fi di via Tornabuoni non si vede, il Forte è ancora chiuso, lEstate fiorentina non attrae come attraeva prima. «Martedì presenterò un bilancio sotto forma di alfabeto, dallA alla Zeta. In tutto 25 cose realizzate, dalle notti bianche al biglietto unico dei musei. Abbiamo poi riaperto Palazzo Vecchio, che ha oggi il 60 in più di visitatori e preso lintero museo avrà il tablet. La mostra di Hirst è stato levento contemporaneo più visitato degli ultimi 10 anni. Ma la cosa a cui tengo di più sono le Murate. E vero che ci siamo trovati la ristrutturazione, ma quando sono arrivato si voleva fare posto alle botteghe degli orafi, al museo del francobollo e della Resistenza, entrambi rispettabili. Adesso, cè il Caffè letterario, che finalmente gira, il nostro spazio a disposizione di tutti, la Fondazione Kennedy». Ma il Forte è ancora chiuso. «Riaprirà a giugno, per le celebrazioni di Vespucci. E diventerà un luogo legato ai valori umanistici. Non un luogo di produzione culturale, non abbiamo i soldi, ma un crocevia di esperienze internazionali: scienza ed arte proiettata sul futuro però. Un centro, assieme a New York e Stanford University, per i nuovi esploratori e per le nuove frontiere». Vorrebbe Riccardo Ventrella come suo successore? «Non ha neanche bisogno, cè già. E una persona molto valida, è importante avere un organizzatore come lui. Prima di lasciare mi piacerebbe confermarlo formalmente alla direzione dellEstate. Con le poche risorse che abbiamo, 200mila euro, è il massimo che si può fare. Non cè più il milione di qualche anno fa: anche i contributi alle associazioni verranno ridotti in via lineare a tutti. Chiunque sarà il mio successore sono sicuro che Renzi manterrà la stessa linea». Una cosa che si rammarica di non aver fatto? «Il tè alle 5 alla sala dArme di Palazzo Vecchio. Avrei voluto un appuntamento quotidiano con un personaggio della città: sembrava una cosa banale e invece, dopo la ristrutturazione, si è scoperto che la sala poteva essere affittata molto bene». Adesso il periodo sabbatico, e poi? «Lavorerò nel "think tank" di Renzi, non sotto il profilo organizzativo ma sotto quello dellelaborazione delle idee».