Sarà anche brutta, come si può pensare passandoci di corsa, prigionieri del traffico. Ma è solo una mezza verità, anzi, a guardare meglio, proprio un errore. E caotica, disordinata, attraversata da un laccio ferroviario, piena di rumore, affettata dai flussi di auto, né centro né periferia, né antica né moderna, né troppo edificata né abbastanza verde. Eppure, come tutti i luoghi degni di questo nome (e in antitesi ai quali si parla, non a caso, di «non-luoghi»), piazza delle Cure ha unanima, che impedisce di confonderla con una periferia «brutta» a pieno titolo. «Un filo unisce le Cure al passato, e alla storia più nobile e antica di Firenze», dice Sergio Givone, filosofo, docente di estetica, a passeggio nella bruma di gennaio in questo quartiere apparentemente «antiestetico», snobbato dai disegni urbanistici, tenuto fuori - non fosse per il passaggio obbligato dellAlta Velocità - dalle grandi «visioni» su Firenze, «quasi fosse uno scarto, un ritaglio, senza un volto suo». Mentre il medievale habitat delle «curandaie» (le lavandaie che nelle acque del Mugnone «curavano», per ammorbidirle, le pezze di lino), dove Boccaccio ambientò le scorribande di Calandrino e compari, «pur essendo campagna vera, è sempre stato anche parte integrante della città», le cui mura del resto, cominciavano proprio lì, a due passi. Ricca di orti e campi coltivati, percorsa da un bel torrente e battuta dallaria fresca dellAppennino, da cui scendevano i contadini con i loro prodotti, precursori degli attuali ambulanti del mercatino rionale, larea delle Cure non era «niente affatto una selva oscura, ma un luogo pieno di vita, e scelto dal Boccaccio non a caso a far da sfondo a vicende burlesche proprie di un paesaggio urbano». Se è vero, dice Givone, quello che notò Georg Simmel, «e cioè che il rapporto di Firenze con la sua campagna è ciò che ha sempre deciso del suo essere città», le Cure, nella storia, «sono state proprio questo». E cioè un luogo «significante», dal punto di vista territoriale, con una sua identità orgogliosa, un rapporto mai rinnegato con la propria vocazione lontana capace di resistere anche ai colpi spietati della modernità, lapertura della linea ferroviaria Firenze Campo di Marte, poi adattata allAlta Velocità, e del cavalcavia di collegamento col viale don Minzoni, lo sviluppo edilizio residenziale otto-novecentesco, la «spaghettata» di strade che lha ridotto, oggi, a un crocevia ad alto tasso di disordine. «E però anche di vivacità», nota Givone, per la varietà di negozi - lorafo e il carrozziere, la rosticceria Alfio e il biciclettaio, la storica gelateria Cavini e la bottega della pasta, il ferramenta e la farmacia, la bottega di "corbelli" e il negozio di informatica, il mitico mercatino dove si trova di tutto - e di ambienti, lo squarcio di verde affacciato sul Mugnone lungo via Boccaccio, il giardinetto coi pini marittimi, la cascatella dove si posano i germani, e le ex casupole ora abitate anche dal ceto medio delle professioni, per non parlare delle cosiddette Cure alte, già colonizzate dallupper class. E dalle Cure non si può escludere la prima parte di viale dei Mille, dove la varietà commerciale si arricchisce dellOviesse e il colpo docchio, traffico compreso, potrebbe essere quello di un boulevard, mentre il sottopasso della ferrovia, ex budello buio per anni lasciato a sé stesso, è diventato sua sponte una galleria sotterranea di Street Art, coperto di graffiti e frequentato da giovani rapper. «Un quartiere degno di questo nome» lo definisce il filosofo, convinto che le Cure meriti una lettura ben più complessa di quella di solito riservata a una semiperiferia, «perché luogo dotato di radici, che non sono state recise, e da cui, ne sia o no consapevoli chi ci vive, promana un senso di autenticità, che fa stare bene». E quel che dicono, non a caso, gli abitanti del quartiere, «affezionati ai loro luoghi, una rarità nelle aree urbane di oggi, alle loro case dove, dicono, cè sempre "riscontro", alle strade dove laria è pulita nonostante il traffico no stop, per i venti che soffiano da Fiesole, mentre le vene dacqua per cui un tempo la zona era famosa ancora alimentano vari fontanelli. Conclusione? «Se, come diceva Leon Battista Alberti, la bellezza sta nella difformità, nella varietà di attività e di funzioni, e se, come ogni urbanista sa bene, la città vera è spazio dinamico, dove un conto è il caos dellabbandono e un altro la vita che prorompe, un conto il movimento totalizzante delle auto, e un altro la dinamica degli scambi, degli incroci, degli incontri, ebbene» dice Givone «le Cure hanno la stoffa di un quartiere "bello"». Cui basterebbe, per diventarlo davvero, appena qualche ritocco: «Far sentire di nuovo la presenza viva del Mugnone, con passeggiate e giardinetti ben tenuti lungo le sponde, pedonalizzare gran parte della piazza del mercato, per esempio dirottando il traffico direttamente su viale dei Mille, eliminare i cassonetti che oggi troneggiano e piantare qualche aiuola, da far curare ai vivaisti della zona». E poi, «farci nascere attività culturali, a partire da un teatro, sicura fonte di aggregazione sociale, qualche locale di qualità, magari una libreria degna di questo nome. Insomma, poco». Un poco «che costerebbe anche poco», pur producendo cambiamenti radicali, ma che la politica, innamorata delle Grandi Opere di sicuro effetto, ancorché costosissime, spesso non vede. AAA assessore cercasi, che abbia voglia di ascoltare, gratis, un filosofo.