Se chiedessimo ai passanti: «a cosa serve un museo?», probabilmente la maggioranza risponderebbe: «a conservare opere d'arte, o altri oggetti». Vero, ma sarebbe assai più importante ricordare che i musei servono in primo luogo a creare e ad aumentare la conoscenza. Così, se ci chiedessimo qual è il primo compito di un museo, l'elenco delle risposte autorizzate dall'esperienza sarebbe lungo («fare mostre, intrattenere, restaurare»), ma rischierebbe di obliterare la risposta di fondo: un museo deve, soprattutto, fare ricerca. Se si vuol avere un'idea di come questo avvenga in paesi, per così dire, meno soccombenti del nostro alla barbarie, si può, per esempio, sfogliare con profitto La recherche au musée du Louvre, 2010, un libro di 320 pagine uscito da pochi mesi, in cui è possibile vedere come il massimo museo di Francia contribuisca all'avanzamento del sapere non meno del sistema universitario. Da noi, si sa, è diverso. I direttori dei grandi musei nazionali sono funzionari totalmente dipendenti dal Soprintendente che li ha nominati (e li può revocare in ogni momento), sono pagati cifre irrisorie, passano il loro tempo a cercare qualche denaro per riparare i buchi dei tetti, dirimere grottesche liti sindacali, fronteggiare i politici (o gli stessi Soprintendenti) che cercano di smontar loro le sale per organizzare mostre dall'encenfalogramma piatto. Quando, con quale staff, con quali soldi e con quali forze residue è dunque possibile fare ricerca? Una delle conseguenze di questo stato delle cose, è che molti importanti musei italiani non hanno ancora un vero catalogo delle loro stesse opere: uno scandalo antico, aggravato dall'interminabile rosario di effimeri cataloghi di mostre stampati dagli stessi musei che sono privi della loro fondamentale carta di identità scientifica. Fa un piacere tutto particolare, dunque, poter salutare l'uscita (presso Gangemi Editore) del catalogo sistematico della maggior parte delle sculture conservate nel Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma. È una piccola, ma significativa vittoria ottenuta su un campo dove la storia dell'arte italiana ha incassato e incassa alcune delle sue più umilianti sconfitte: il maraviglioso Palazzo Venezia, che , oltre ad ospitare il tristissimo Istituto Nazionale di Archeologia e Storia dell'arte (un'istituzione il cui perenne stato larvale è una vergogna nazionale) è stato teatro di alcune delle esposizioni più becere e degradanti degli ultimi decenni, giù giù fino alla imbarazzante Roma al tempo di Caravaggio (di cui, su queste pagine, si è già detto). E quando qualche distratto visitatore smarrisce la via d'accesso alla carnevalata espositiva di turno e finisce col trovarsi nel Museo, deve aver certo la sensazione di esser finito nel polveroso e deserto magazzino della mostra stessa. E, invece, quelle stanze neglette contengono una delle più belle collezioni europee di scultura: una collezione che ora è possibile, finalmente, conoscere. L'idea, la direzione e il compimento del progetto si devono alla passione e alla tenacia di una funzionaria esemplare, Maria Giulia Barberini, che è stata, per decenni, la vera anima del Museo. Nel 1990, la Barberini fece aprire una porta fino ad allora ostinatamente chiusa: dietro vi trovò una scala, letteralmente ricolma di sculture in terracotta che vi erano state riposte, e presto dimenticate, negli anni cinquanta. La Barberini cominciò a studiarle, diventando una delle più riconosciute esperte di terrecotte di età barocca ed intrecciando una serie di rapporti internazionali che le ha permesso di ottenere dalla Getty Foundation (abbiamo pur sempre bisogno di un messia straniero!) il finanziamento che sta alla base della ricerca, che a sua volta sta alla base del catalogo. Il primo volume (realizzato in collaborazione con gli Archivi di Stato di Venezia e di Vienna) contiene una serie di saggi e documenti sulla storia del Palazzo dal Rinascimento fino alla soglia della dittatura fascista. Il secondo volume (di Grazia Maria Fachechi) è il catalogo della scultura lignea, il terzo (di Pietro Cannata) è quello della scultura in metallo e il quarto (di Cristiano Giometti) è, infine, il catalogo delle sculture in terracotta. Bravi, grazie, bis!
Palazzo Venezia, il catalogo è questo
Il testo discute l'importanza dei musei nella creazione e nell'aumento della conoscenza. I musei, oltre a conservare opere d'arte, devono fare ricerca. Un esempio di come questo avvenga è il Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma, dove un funzionario, Maria Giulia Barberini, ha lavorato per decenni per aprire la collezione di sculture in terracotta, che era stata dimenticata. Il progetto di catalogazione della collezione è stato finanziato dalla Getty Foundation e consiste in quattro volumi: uno sulla storia del Palazzo, uno sulla scultura lignea, uno sulla scultura in metallo e uno sulla scultura in terracotta.
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