Pinacoteche abbandonate, direttori nominati senza concorso, mostre strumentalizzate per scopi politici, soldi sprecati. L'Italia, mentre impazzisce per l'ennesima rassegna su Van Gogh, getta alle ortiche il suo inestimabile patrimonio artistico. I dati parlano chiaro, non c'è alcun museo italiano in grado di raggiungere i quasi 9 milioni di visitatori all'anno del Louvre. Certo i Musei Vaticani possono vantarne 4 milioni e mezzo, mentre gli Uffizi di Firenze arrivano senza difficoltà a 1 milione e mezzo di biglietti staccati ogni anno. Per il resto le cifre sono ben poca cosa. Nulla rispetto al British, al Metropolitan o all'Ermitage. La vera ricchezza italiana starebbe invece nei musei locali, tanti, diffusi e con patrimoni notevoli. Eppure, da Capodimonte a Napoli fino a Palazzo Abatelli a Palermo, passando dalle pinacoteche di Bologna, Bergamo o Brera, i numeri potrebbero essere altri. Si tratta di luoghi di eccezionale valore ma che muoiono d'inedia, mentre il prestigio del passato rischia di diventare solo un lontano ricordo. Il problema sta nella loro gestione, povera non solo nelle finanze ma anche e soprattutto nelle proposte culturali, perché spesso finisce nelle mani di funzionari disinteressati, incompetenti e in quota a questo o quel partito. In Italia da anni i beni culturali lamentano lo svilimento delle proprie professionalità. I concorsi per scegliere i direttori si tengono raramente, non è nel costume nazionale, e così quando i direttori vanno in pensione finiscono per essere sostituiti da semplici funzionari amministrativi, in balia di assessori che poi esercitano senza requisiti funzioni che non competono loro. E per giunta in maniera temporanea, impedendo di fare progetti a medio e lungo termine. Qualche caso concreto. Secondo quanto afferma Andrea Ranieri, assessore alla Cultura del Comune di Genova, la sola gestione ordinaria del Museo d'arte moderna di Villa Croce costa alla città 500 mila curo l'anno. La collezione permanente è di circa 5 mila opere, di cui però la maggior parte è stata regalata da autori locali. Il resto viene da un lascito, quello di Maria Cernuschi Ghiringhelli, che scelse i nomi giusti, Manzoni, Fontana, Melotti, Munari, Radice, Magnelli, Nigro, Reggiani, anche se al museo ha dato lavori minori. L'unico modo di fare fruttare i 500 mila curo sarebbe perciò organizzare mostre temporanee, ma per queste il comune mette a disposizione 7 mila curo all'anno, cioè nulla. Tempi magri, e allora che si fa? Si va dai privati. Dopotutto la Liguria è ricca di collezionisti competenti. E così, nel novembre del 2010, dopo che il comune ha cercato di sviluppare un improbabile progetto di conversione della struttura in un posteggio con annessa galleria d'arte (poi accantonato), Francesca Pennone e Antonella Berruti, due galleriste locali, promuovono una petizione per chiedere che il nuovo direttore (quello vecchio è andato in pensione) non sia nominato dalla politica con contratto a tempo indeterminato, ma attraverso un concorso pubblico internazionale. E siccome si tratta del loro mestiere, le galleriste sanno bene che solo così, cioè con una direzione competente e obiettivi a lungo termine, il museo sarà in grado di attirare i soldi privati. La petizione raccoglie 700 firme, tra le quali ci sono quelle di tutti i principali collezionisti e potenziali sponsor della zona, ovvero persone che dedicano all'arte ben più che qualche weekend all'anno: da Maurizio Rolando ad Andrea Fustinoni, da Paolo Palmieri a Umberto Ferraro, da Giorgio Teglio a Piero Bertani. Tra i firmatari ci sono anche due collezionisti influenti come Giorgio Fasol e Fabio Bassan, e c'è Filippo Garrone, figlio di Riccardo, il petroliere, il presidente della Sampdoria, il collezionista. Risultato? Al Secolo XIX, che segue da vicino la questione, l'assessore ha promesso che il concorso si terrà. Poi ha aperto una trattativa con le parti, senza però aggiungere risorse. Stiamo a vedere. Nel frattempo, mentre Palazzo Ducale accoglie l'ennesima mostra su Vincent Van Gogh (iniziata il 12 novembre), il sindaco Marta Vincenzi dice a Germano Celant che il comune non ha fondi per ospitare nemmeno un episodio minore della sua grande mostra sull'Arte povera, che a Genova è nata nel 1967 ed è il più importante movimento artistico italiano del secondo dopoguerra, l'unico di caratura internazionale. E rieccod al punto. Nel capoluogo ligure, come in molti altri comuni italiani, la politica culturale viene esercitata attraverso un'agenzia per la gestione degli eventi, a cui tutto fa capo e va ricondotto. Nel caso di Genova si chiama Genova Palazzo Ducale Fondazione per la cultura, a Roma c'è l'onnipresente Zetema, a Como è Como Servizi urbani, a Brescia c'è la Fondazione Brescia musei, a Cremona c'era l'Apic, che è stata liquidata lasciando un buco di quasi 3 milioni di euro sulle spalle dell'attuale giunta regionale Queste strutture dovrebbero servire a snellire l'amministrazione degli eventi e a razionalizzare la gestione dei musei, e qualche volta ci riescono. Più spesso però si trasformano in un'arma a doppio taglio, perché a fronte di un molo virtuoso diventano pure, in alcuni casi, lo strumento ideale per pilotare le risorse economiche, per creare circoli affaristici fuori dal perimetro dei bandi pubblici e, in generale, per strumentalizzare la cultura a fini politici, cioè per mettere in bella vista giunta e assessore. Come accade per esempio a Como, dove si ritiene opportuno spendere più di 1 milione di euro per una mostra su Giovanni Boldini in una sede periferica come Villa Olmo. La mostra è stata curata dell'assessore in persona che in pratica, ha fatto pagare ai propri cittadini il suo spot. Fra sponsor, biglietteria, audioguide, bar e posteggi, Boldini ha incassato 990 mila euro, ma ne ha spesi 347 mila in prestiti e incarichi, 384 mila per allestimento e vigilanza e 310 mila solo perla comunicazione Risultato: un passivo di 51 mila euro. Mentre i musei civici della città, cinque in tutto, compresa una pinacoteca (con una sezione sul Medioevo di rilevanza mondiale), sono affidati a un ex vigile urbano, già capo di gabinetto del sindaco, direttore delle relazioni internazionali e direttore del settore rapporti aziende partecipate Dal 2009, cioè dopo che il direttore Lanfredo Castelletti (stimato archeologo) è andato in pensione, di fare concorsi, a Como, non si è mai nemmeno parlato. A Udine, invece, il concorso si è fatto ma tra le polemiche Una fra tutte è quella di Isabella Reale, spostata a Ferragosto a dirigere le collezioni del Castello di Udine dopo che per trent'anni ne aveva diretto la Galleria d'arte moderna, e che è ricorsa al tar per dimostrare le presunte scorrettezze nel concorso che ha assegnato il posto di direttore dei Civici musei locali. Nella civilissima Trieste, anche la direttrice del Museo Revoltella, Maria Masau Dan, è ricorsa al tar perché in fase di riorganizzazione il comune ha deciso di togliere dai propri quadri due figure dirigenziali determinanti come quella del direttore dei musei scientifici (80 dipendenti) e quella del direttore della Biblioteca civica (200 annidi storia e più di 400 mila volumi). «Il Revoltella potrebbe fare la stessa fine, una pura follia» sostiene la direttrice. Insomma, in occasione dei tagli vengono decapitati i vertici delle strutture museali e il controllo diretto finisce ai politici. «In Italia, almeno a livello locale, si sta verificando un fenomeno piuttosto pericoloso nel settore dei beni culturali» nota Luca Caburlotto, soprintendente in Veneto e in Friuli-Venezia Giulia, «cioè quello di una politica che marginalizza e svilisce, invece di rispettare e valorizzare, quelle professionalità e quelle risorse umane sulle quali il sistema dei beni culturali si è sempre fondato e di cui oggi c'è più che mai bisogno. Inoltre, va ribadito che il problema di attrarre pubblico non ha nulla a che fare con la questione culturale, cosa ben più complessa e importante». Impoverire un museo o una pinacoteca civica privandoli di risorse per fare posto a una mostra su Van Gogh o sugli Espressionisti e, infatti, dal punto di vista culturale, una specie di autogol. Anche perché, come da tempo vanno dicendo sia Gabriella Belli (neodirettore dei Musei civici veneziani) sia Antonio Paolucci (direttore dei Musei Vaticani), dovendo investire le poche risorse disponibili è più che mai importante puntare su ciò che è durevole: i musei che già ci sono e il loro personale «I privati competenti» nota la gallerista Antonella Berruti «intervengono solo quando vedono garantito il loro impegno». Altrimenti preferiscono farsi le proprie fondazioni e i propri musei. Emblematica è in questo caso la situazione di Milano, dove i privati si occupano con grandi risultati di arte moderna e contemporanea (come Prada, Trussardi o Intesa Sanpaolo), ma ancora manca un museo con un programma e una collezione di livello internazionale. Sintomo di un rapporto, quello tra amministrazioni locali e cultura, che fatica a dare certezze.