Una nuova occasione per il rilancio della Sicilia che passa attraverso l'intercettazione della crescente domanda a livello internazionale di beni culturali e ambientali, di conoscenze scientifiche da utilizzare dal punto di vista economico e di una agricoltura di qualità. Uno sviluppo dell'Isola che non si deve basare più sull'assistenzialismo o sull'idea che le risposte (leggi finanziamenti) debbano arrivare dall'esterno, ma che deve passare attraverso una capacità di fare cose insieme da parte degli operatori in sinergia con i governi locali. E' la tesi di Carlo Trigilia, ordinario di Sociologia economica all'università di Firenze e presidente della Fondazione Res, in una intervista al nostro giornale. Catania. Una nuova occasione per il rilancio della Sicilia che passa attraverso l'intercettazione della crescente domanda a livello internazionale di beni culturali e ambientali, di conoscenze scientifiche da utilizzare dal punto di vista economico e di una agricoltura di qualità. Uno sviluppo dell'Isola che non si deve basare più sull'assistenzialismo o sull'idea che le risposte (leggi finanziamenti) debbano arrivare dall'esterno, ma che deve passare attraverso una capacità di fare cose insieme da parte degli operatori in sinergia con i governi locali. E' la tesi di Carlo Trigilia, ordinario di Sociologia economica all'università di Firenze e presidente della Fondazione Res (Istituto di ricerca su economia e società in Sicilia), che di recente ha realizzato uno studio comparativo tra città siciliane e città del Centro e del Nord Italia, per capire il perché del gap economico esistente. Come avete realizzato questo studio? «Abbiamo cercato per la prima volta in maniera sistematica di misurare la dotazione di risorse locali di alcune città siciliane (Catania, Siracusa, Ragusa, Agrigento, Trapani, Palermo), mettendole a paragone con città del Centro-Nord che, contrariamente a quanto avviene nell'Isola, hanno livelli elevati di attivazione di risorse e che sono comparabili (Ravenna, Pisa, Siena, Lucca). Abbiamo preso in considerazione tre tipologie: beni culturali e ambientali, conoscenze scientifiche presenti nelle università e utilizzabili dal punto di vista economico e sapere fare in una agricoltura di qualità. Ne viene fuori che, pur avendo la Sicilia dotazioni superiori a quelle del Centro-Nord, quando andiamo a vedere quanto rendono dal punto di vista economico queste risorse, la capacità di attivazione in Sicilia è molto più bassa». Come mai? «Al Centro Nord c'è una capacità della classe politica locale e delle organizzazioni degli operatori privati a lavorare insieme, cioè a darsi una strategia stabile e continuativa per produrre servizi collettivi. Senza aspettare i finanziamenti pubblici, anche perché si tratta spesso di fare cose neanche tanto costose. Per fare qualche esempio, sul fronte del turismo hanno strutture di formazione continua degli operatori, hanno capacità di promozione (non aspetto che arrivi il turista, ma sollecito la domanda, ad esempio facendo accordi con tour operator scandinavi per incentivare il turismo nei periodi morti), organizzano eventi qualificati, puntano sul turismo congressuale, si consorziano per avere servizi in comune e, così facendo, abbassare i costi. Tutte cose che non sono nella disponibilità del singolo, ma che condizionano il successo dell'investimento dell'operatore. In Sicilia, invece, gli operatori privati non riescono a lavorare insieme e i politici sono più interessati a dividere contributi per acquisire un consenso più facile. Tutto questo ci ha fatto concludere che il problema non è il finanziamento, che è la fissazione dei nostri operatori economici e dei politici, ma il coordinamento, il lavorare insieme per fare cose di qualità». E per quanto riguarda le altre due risorse? «Lo schema è lo stesso: abbiamo visto che nelle università siciliane le conoscenze scientifiche specialistiche specie nelle scienze hard (fisica, ingegneria, biomedica, scienze naturali, agraria) sono più o meno simili. La differenza sta nel fatto che in Sicilia c'è uno sviluppo inferiore di imprenditorialità accademica o un volume in conto terzi, cioè di attività che l'università fa con le imprese, mino- 03012012