«Più spazio ai privati, ma non serve un commissariamento: il ministero dispone di ottime competenze» Pompei si sbriciola, il Colosseo ha bisogno urgente di cure, la Valle dei templi chiede aiuto. Da mesi è allarme continuo per il patrimonio archeologico italiano, una polemica che, fra le altre cose, ha fatto saltare la poltrona di ministro dei Beni culturali di Sandro Bondi. Valerio Massimo Manfredi, archeologo specializzato in topografia antica, docente in atenei italiani e stranieri e scrittore di successo, è convinto che si può recuperare terreno. Professore, lo Stato italiano di fronte ai frequenti crolli di Pompei e a un patrimonio archeologico in buona parte lasciato al degrado ce la puo fare? «Sicuramente, nonostante tutte le difficoltà, perché la rete delle Sovrintendenze è una struttura molto robusta e seria, composta da professionisti preparati che lavorano soprattutto per passione». Allora dov'è il problema? «Il più delle volte mancano i mezzi per garantire la gestione. Il direttore generale dei Beni culturali, Luigi Malnati, al recente Forum del turismo archeologico di Paestum ha lanciato l'allarme dicendo che mancano i soldi perfino per la cancelleria». Ma in Italia, soprattutto a Pompei, c'è anche un problema di incuria storica. «E' vero anche questo, però i Beni culturali sono sempre stati la Cenerentola dei vari Governi. Non è mai stata fatta una politica per trovare risorse, per controllare come vengono spese e di monitoraggio dei complessi più importanti, come la Domus Aurea, il Colosseo, Pompei, Selinunte. In quest'ultimo sito fino a qualche tempo fa c'era il timore di crolli importanti. Ora la Regione Sicilia ha stanziato otto milioni di euro». Lei ha un sogno per Selinunte? «Ho elaborato un progetto per rialzare completamente il tempio G, una delle più grandi strutture dell'antichità che misura 110 metri per 40. Lasciare i reperti come sono non li garantisce dallo sfaldamento. Il rischio è che in pochi decenni tutto si trasformi da rovina in macerie». Possibilità di realizzazione del sogno? «La struttura è completa. Purtroppo, ad un recente convegno, fra gli studiosi si è saldato un fronte del no. Avevo già uno sponsor importante pronto a investire milioni di euro. Non mi arrendo». Philippe Daverio ipotizza un commissariamento internazionale per Pompei? «Non sono d'accordo. Dobbiamo gestire noi i siti archeologici. Abbiamo gli uomini, le risorse umane e se vogliamo anche i fondi». Fuori un'idea. «Va ristrutturato il sistema dei beni culturali con un coordinamento fra enti pubblici, centri di erogazione dei fondi e privati. E serve una mappatura generale dei siti in sofferenza. Il ministero deve convocare presto gli Stati generali dei beni culturali con i tecnici, la ragioneria, gli studiosi». Oltre a Pompei quali sono altri siti su cui bisogna intervenire subito? «Il Colosseo, la Domus Aurea, la Villa del casale a Piazza Armerina. Qui c'è una copertura che provoca sbalzi di temperatura troppo forti. Il mosaico ne viene danneggiato». Ma abbiamo il denaro per intervenire? «Bisogna utilizzare meglio le risorse e coinvolgere i privati. Spesso rimandiamo indietro fondi Ue che non vengono spesi. Uno scandalo che deve finire. Apprezzo Della Valle che interviene sul Colosseo e per il mio progetto di Selinunte il Gruppo Sorgente è pronto a finanziamenti massicci». Affiderebbe la gestione dei siti archeologici ai privati? «Sbagliato. La gestione deve essere pubblica e affidata a funzionari scientificamente competenti, tuttavia si possono e si devono coinvolgere i privati in una compartecipazione. Il loro apporto oggi è fondamentale».