Nel corso di lavori di giardinaggio dietro la cappella degli Scrovegni, all'altezza del sottopasso, i tecnici del settore verde pubblico, impegnati a rafforzare muretti e a impiantumare essenze, hanno rinvenuto un vero e proprio giacimento di anfore romane. E' stato chiamato sul posto l'assessore al verde, Ivo Rossi che ha assistito ai lavori di scavo e di recupero effettuati dalla Soprintendenza archeologica che ha riportato alla luce 350 anfore romane che, ora, estratte con delicatezza dal fango e con cura ripulite, hanno trovato posto nella sezione archeologica del Museo. Ivo Rossi mostrando le immagini dello scavo, 20 metri per 10, quasi un metro di profondità, dice: «Come si vede si tratta di oggetti di diversa misura». I vasi avevano un foro e venivano utilizzati per il drenaggio del terreno paludoso. Ci sono anfore vinarie e olearie, più piccole - continua - e, più grandi, quelle che contenevano cereali. Secondo un primo screening archeologico gli oggetti hanno più di 2000 anni, sono infatti databili al primo secolo dopo Cristo. La foggia dei manufatti o eventuali marchi o sigilli, di cui comunque non ho notizia, fanno pensare a provenienze diverse: vino, olio, grano da ogni parte dell'Impero, merci trasportate via mare, dalla Dacia piuttosto che dalla Sicilia o dal Nordafrica. Questo conferma l'importanza di Patavium nel dominio italico di Roma antica, la città più grande e prospera del nordest a far da specchio a Mediolanum nell'Italia nord-occidentale. Questa eccellenza patavina tra le città dell'Impero, risulta sua dagli studi del professor Sante Bortolami che da quelli, meno recenti, ma fondamentali di Cesira Gasparotto. A Padova e nel Veneto c'erano, tra l'altro, importanti allevamenti di cavalli da guerra, preziosi per gli equites romani». Le merci, come accadde molti secoli dopo durante il dominio veneziano, arrivavano e partivano via fiume e c'è da immaginarsi un corso d'acqua molto più ampio dell'attuale e di maggior portata, più spostato verso sud a lambire l'area del teatro romano che si estendeva dall'attuale palazzo Zuckermann a via Porciglia. Quindi, forse, sotto l'erba e tra gli alberi del parco ci sono migliaia di anfore romane, ma anche colonne, archi, basolato per la pavimentazione di strade, perché il teatro, con i suoi spettacoli, era il cuore pulsante della civitas. Le anfore, poi, dai romani stessi, erano usate per il drenaggio cioè per proteggere le strutture architettoniche dall'acqua. Il fiume, infatti, si insinua in mille rivoli sotto terra fino ad alimentare la falda. Tutta la zona, quindi, tendeva a impaludarsi e, per evitarlo, si utilizzava una stratificazione di anfore, anche sei strati. I contenitori erano tutti forati per cui l'acqua li riempiva e poi veniva rilasciata lentamente: l'assorbimento graduale, centellinato, impediva gli allagamenti. Chiediamo a Rossi, presente al sopralluogo, se queste anfore avessero tutte il fondo forato: «Non mi sembra - risponde l'assessore - alcune, una sessantina, sono perfettamente integre e in buono stato di conservazione» e poi ricorda un'altra avventura archeologica vissuta in ottobre, quando, durante i lavori di bonifica bellica al cavalcavia Borgomagno, le trivellazioni portarono alla luce dei frammenti di coccio a conferma dell'esistenza, sotto il piazzale della stazione, di una grande necropoli romana.