Padova Nuove tecniche per ricostruire l'affresco distrutto. Riparte l'invito a portare i reperti nascosti per 67 anni dai cittadini Il giallo del Mantegna, appello per i frammenti L'ultima consegna L'estate scorsa un collezionista anonimo ha consegnato tre piccoli pezzi perduti In un'analisi critica di qualche anno fa, Arturo Carlo Quintavalle li aveva definiti «coriandoli sospesi sulle pareti che non possono illudere nessuno». Lo storico dell'arte, infatti, riteneva ormai perduta, al di là di ogni tentativo di restauro, la cappella affrescata dal Mante-gna, sita nella chiesa padovana degli Eremitani. Altri non condividono il suo giudizio. Dunque, non un'illusione ottica, un reperto della memoria, ma la base per far rinascere, oltre quel che è stato già fatto negli anni, l'affresco del grande pittore del Rinascimento, finito in macerie, anzi in briciole, durante il bombardamento alleato nel marzo del 1944. Una tragedia per quel bene culturale d'inestimabile valore. Vicenda che si tinse perfino di giallo, allorché, secondo i resoconti dell'epoca, molti «appassionati» accorsero sul posto pescando, tra i calcinacci, numerosi frammenti del tesoro. Quindi li nascosero a casa, in attesa di tempi migliori. La presunta razzia durò un paio di giorni, cioè fino all'arrivo dei regi carabinieri a fare la guardia. Fatto sta che gli elementi pittorici, ufficialmente recuperati, poi risultarono per lo più di contorno; e molti dei quali non appartenenti al Mantegna. Gli altri? Adesso, a distanza di 67 anni, la storia dentro la storia della Seconda guerra mondiale torna di attualità per un paio di ragioni concomitanti. Cominciando dal rinnovato appello dell'assessore alla Cultura del comune di Padova, Andrea Colasio. È l'invito ai privati, che ancora custodiscono i preziosi resti, a restituirli. «I restauri avviati nella cappella Olivetari agli Eremitani possono riprendere slancio con le nuove tecniche, basate su algoritmi matematici per il confronto delle immagini spiega l'assessore . Ci stanno lavorando giovani informatici padovani e credo che ci daranno buone soddisfazioni. Vero è che, recuperando altri frammenti dell'affresco, potremmo completare, su informazioni più solide, la ricostruzione». Ma esiste davvero il tesoro nascosto dai vecchi collezionisti? Parrebbe proprio di sì. Almeno a giudicare da un interessante indizio che, l'estate scorsa, ha riportato sotto i riflettori l'opera rinascimentale perduta. E successo che il sagrestano degli Eremitani, mentre si apprestava a fare le pulizie sull'altare Maggiore, posasse lo sguardo su una scatola di latta color rosa. Che conteneva alcuni frammenti affrescati, in buono stato. Quattro, in tutto: due di 3 centimetri per 3, due un po' più piccoli. Colasio considera l'episodio un punto di partenza. E annuncia un convegno che si terrà a Padova, nel mese di marzo, centrato sulle nuove tecniche di restauro. Sarà l'occasione per far ripartire il tam tam sui «pezzi da ritrovare». «Vorrei ricordare continua l'assessore alla Cultura che fu proprio il bombardamento degli Eremitani e la distruzione del suo patrimonio a innescare un meccanismo di difesa culturale». Colasio allude alla task force istituita durante la guerra dai vertici alleati, composta da storici dell'arte, direttori di musei, architetti, e chiamata Venus fixers (aggiustaveneri) con il compito di mappare capolavori artistici e architettonici italiani, in modo da impedire che fossero bombardati o trafugati.