Monti e Catricalà hanno radici culturali dove le parole "concorrenza" e "libero mercato" sono pronunciate con austera determinazione. I cittadini sono tuttavia confusi e si chiedono sempre più spesso: ma cosa sono in concreto queste liberalizzazioni? Sono di destra o di sinistra? E soprattutto, per quel che ci riguarda più da vicino, sono interventi che avvantaggeranno il Sud o il Nord del paese? Liberalizzare vuol dire eliminare vincoli e restrizioni al libero scambio di idee, persone, beni e servizi, favorendo in tal modo il consumatore finale e contrastando oligopoli e rendite di posizione di caste e corporazioni. Questo in teoria, e in teoria sembrano essere tutti daccordo, i liberali di destra come quelli di sinistra. Un po meno i conservatori e i comunisti. Diciamo quindi che in teoria i progressisti e i riformisti di ogni colore politico sono a favore delle liberalizzazioni. Ma in pratica poi il discorso è diverso. Perché ogni intervento legislativo proposto tende a colpire determinate categorie economiche che difendono, spesso, legittimi interessi. Per noi cittadini del Mezzogiorno, dove il caos e lillegalità sono più diffusi che nel Settentrione, liberalizzare talvolta desta serie preoccupazioni. Consideriamo le professioni, lasciando perdere quelle a numero chiuso (come notai e farmacisti, dove il discorso è ovviamente diverso): gli avvocati e i commercialisti, ad esempio, sono già in numero esorbitante rispetto alla popolazione residente (se confrontato con il Nord Italia o, peggio, con altri paesi europei). Le tariffe minime sono state (giustamente) già abolite e la concorrenza sleale degli abusivi (coloro che non hanno titolo di studio adeguato e spesso operano completamente in nero) è sfrenata. Che cosa vorrebbe dire allora, in questo contesto, eliminare gli ordini professionali? Se ne avvantaggerebbe davvero il consumatore finale oppure, in assenza di regole e controlli, il povero privato cittadino sarebbe ancor più di oggi alla mercè di azzeccagarbugli e ragionierucoli senza scrupoli? Gli ordini professionali rappresentano in questi contesti delle roccaforti di legalità: vanno riformati per eliminare abusi e artificiali gonfiamenti di costi, ma di certo non eliminati. Il legislatore deve muoversi con una strategia definita: i "controlli" per le attività commerciali e per i cittadini devono essere attuati e implementati, senza ledere i diritti alla privacy e senza rendere impossibile il dovere di adempiere a troppo complessi obblighi amministrativi creando di fatto uno Stato oppressivo tecnocrate. Spesso invece gli interventi appaiono schizofrenici: da un lato si impongono rigore e controlli anche eccessivi, dallaltro si penalizzano categorie che sembrano essenziali per dar luogo in modo sistematico ed efficace a tali controlli. Penalizzare il piccolo commercio e il mondo delle piccole professioni, particolarmente diffusi nel Mezzogiorno, consentendo ad esempio lingresso di soci di capitale nelle società professionali, appare scelta oggettivamente favorevole agli interessi del Nord del paese. Liberalizzare non vuol dire semplicisticamente eliminare ogni tipo di limite alla libertà di fare. In questo senso si avverte piuttosto lesigenza di porre un limite, nel nostro territorio, a unanarchia dominante. Liberalizziamo nei settori dove esistono davvero oligopoli e cartelli che generano costi eccessivi per il consumatore finale, ma evitiamo di confondere libertà con abuso e tutela con oppressione. I o almeno così lo lessi allora e lo rileggo oggi: come un modo di acciuffare, in pubblico, quello che i Greci chiamavano il kairos, «lattimo senza ritorno, da cogliere come un fiore miracoloso» (Cristina Campo), per distinguerlo dal corso del tempo ordinario. Amelio aveva intuito in Rasoi un vertice irripetibile, uno stato di grazia che reclamava una sottolineatura tanto generosa quanto spudorata. Gli inferni e le pesti di Moscato avevano risvegliato in quelluomo rarefatto listinto a dire bene, a dire il bene non di sé ma degli altri, in deroga a un cerimoniale che vuole lo spettatore soltanto plaudente. Nel 1991, a me che venivo dalla provincia, la scena napoletana sembrava ancora la stanza delle meraviglie di Ferrante Imperato, il museo dellinaudito con il coccodrillo appeso al soffitto, affollato di conchiglie e di animali strani. Oggi quella Wunderkammer barocca non cè più e quel fuoco si è spento. Il teatro è tornato a essere, giustamente, soltanto teatro, non rivelazione o destino. Ma il senso della "lezione" di Amelio, quel sentirsi chiamato in causa e obbligato a prendere posizione, a manifestare la propria non neutralità rispetto alle cose, si è conservato intatto. Rimane una lezione esemplare: dire il bene in una città maldicente e sottrarsi al cerimoniale in una città abitudinaria, bloccata, immobile. Lho mandata a memoria, la lezione di Amelio, in questi giorni. A proposito di un suo "allievo" e collaboratore, Eduardo Cicelyn, poi diventato il primo direttore del Madre, un museo che fa onore alla nostra città senza esserne riamato. So quanto questaffermazione suoni poco edificante: da più parti, il Madre è percepito e rappresentato solo come un fossile dellera bassoliniana e Cicelyn come una zavorra a un sedicente "nuovo corso" della cultura cittadina (quellapplicazione del sistema delle spoglie che ha dato vita al Mercadante a un retrivo "cambio di stagione"). Invece, il Madre e Cicelyn che lo ha allestito e curato, senza vantare un pedigree accademico o di soprintendenza, sono qualcosa di più, di irriducibile a mere questioni finanziarie, contrattuali o, peggio, giudiziarie. Il Madre è listituzione in cui Napoli si confronta con la scena contemporanea delle arti, provando a ripetere, con le varianti dettate da un grande spazio espositivo, lo schema della galleria di Amelio che tanta parte ebbe nellapprendistato di Martone e di Falso Movimento. Lo ha fatto con risultati sempre discutibili, perché meritevoli di essere discussi: solo la piattezza è indiscutibile perché mette tutti daccordo. Lo ha fatto dissacrando lidea stessa di "museo", aprendo lo spazio a fruizioni impensabili che hanno suscitato reazioni scomposte, non necessariamente in buona fede. In un altro contesto, in un tessuto civile più sano e maturo, il Madre sarebbe considerato un bene comune e Cicelyn sarebbe criticato per i suoi colpi di testa ma anche ringraziato per il lavoro svolto, per quello che resterà dopo di lui, e soprattutto difeso. gennaro.carillovirgilio.it