Un anno orribile per l'antica Pompei, che si chiude con un nuovo crollo: nella domus di Loreio Tiburtino, una delle più visitate perché posta all'ingresso delle scolaresche. Un dramma della manutenzione ordinaria e straordinaria, che non sembra finire mai. E qui, caso raro, non sono stati i fondi a mancare quanto le competenze dopo il pensionamento dell'ottimo soprintendente Piero Guzzo, anni or sono. Pompei è una delle Soprintendenze "speciali" (accorpata, assurdamente, con quella, importantissima, di Napoli). Non le mancano i fondi, visto che incassa circa 20 milioni l'anno (per un 30 dirottati altrove). Ma, dopo Guzzo, si sono succeduti, a velocità grottesca, ben tre soprintendenti (ad interim) e due commissari: un prefetto in pensione e un funzionario della Protezione Civile. Che hanno delegittimato nei fatti il soprintendente, cioè l'esperto vero. Dei 79 milioni disponibili, il commissario Fiori ne ha investiti pochi, un po' più della metà, nella indilazionabile messa in sicurezza di una città esposta al consumo di massa, alle intemperie, al dissesto idrogeologico. Il resto? Finito in "valorizzazioni" discutibili, a partire dal Teatro Grande, rifatto in tufo contemporaneo. Par di sentire chi invoca la creazione di una Fondazione Pompei e l'intervento salvifico, soprattutto gestionale, dei privati. Sciocchezze. Ignoranti o maliziose. Bisogna invece rafforzare i poteri, anche gestionali, certo, dei soprintendenti, formarli meglio a tali compiti, dotarli di uffici amministrativi e tecnici efficienti, ricostituire la rete, lasciata sfibrare, dei presidii della tutela.