Metà feuilleton e metà commedia degli equivoci, il "pasticciaccio" di via Riberi è esito di un balletto di regole schizofrenico: nel 2009 si può demolire il basso fabbricato esistente e costruirne uno nuovo alto come quelli adiacenti (23 m); nel 2010, su indirizzo della Soprintendenza, si deve abbassare una parte a 7 metri, per consentire una visuale verso la Mole, e si può alzare laltra sullangolo fino a 25 m.; nel 2011 non si può fare più nulla. Ciò che è del tutto mancato è stata la capacità di inserire la questione in un più articolato dibattito sulla cultura della città. Come modi del discorso, caratterizzati da uso distorto delle immagini (fotomontaggi gialli fasulli elaborati dal comitato) e da appellativi truci (speculazione, scempio, mostro) che, come il turpiloquio, non aiutano a comprendere. dIMenticando che la Mole di Antonelli nasce allinterno di un tessuto urbano denso, e non come oggetto isolato al fondo di una visuale barocca, e che a Torino i punti dai quali è ben visibile sono molteplici. Veicolando il paradosso che un edificio alto come quelli circostanti possa "oscurare" la Mole Antonelliana, alta 167 metri! Ma soprattutto come modo di porre il tema del rapporto nuovoantico. Se mezzo secolo fa le costruzioni come la Bottega dErasmo (di proprietà della famiglia che ha promosso il comitato dei "salvatori della Mole") sperimentavano un dialogo con i caratteri dellarchitettura storica in forme contemporanee, ora la questione sembra ridotta ad una contrapposizione tra case vecchie-"patrimonio" e case nuove-"cemento". Come se le gravi manomissioni del paesaggio avvenute dal dopoguerra in Italia ci dovessero portare a fermare il tempo presente in una teca in cui congelare qualsiasi tipo di trasformazione. Ignorando che lo spazio in cui viviamo, le città, i paesaggi, sono esito di un processo, economico e sociale, di continua riscrittura di segni e usi. Si passa da un estremo allaltro: se fino a ieri non ci si era preoccupati di porre una qualsivoglia forma di tutela intorno alla Mole, ora si propone di "museificare" un modesto fabbricato degli anni 70 del XIX secolo (dichiarato due anni prima dallo stesso ente privo di "interesse culturale"), per far rivivere il "tempo che fu". Crediamo si debba ricominciare a riflettere sullidentità dellarchitettura urbana a partire non da pregiudizi, ma da quanto è stato fatto. Abbiamo lambizione di pensare che tra le risorse vi siano anche alcune esperienze realizzate dalla generazione dei "giovaninon più giovani" non solo dunque le archistar: case, servizi, centri di ricerca, spazi per lenogastronomia come Eataly (se ci è concessa unautocitazione) ecc., che stanno ridisegnando una geografia di luoghi del nostro tempo, non mimetici, ben vissuti da chi li usa, nei quali ci si riconosce collettivamente. Architetture da cui si possa tentare di ri-tessere unidea - più idee - di civitas. È un auspicio per riaprire un dibattito necessario. ( Negozio Blu Architetti Associati autori del progetto del palazzo vicino alla Mole)