Gli intoccabili (i capolavori che insomma non si muovono) fanno la felicità di Jean Clair, il decano della critica, da sempre avverso a ogni tipo di spostamento per quadri, sculture e opere d'arte in genere. Quelli che non si trasportano (per troppa fragilità, perché troppo ingombranti, per un'assicurazione impraticabile a causa dei troppi furti come il Grido di Munch) sono ormai il «must assoluto» dell'arte, quelli ancora capaci di imporre al visitatore, intontito dalle mostre cotte e mangiate, l'idea di «valere un viaggio». E inamovibili sono il David di Michelangelo e la Maestà di Duccio, Guernica di Picasso e la Primavera di Botticelli, la Stele di Rosetta e la pergamena della Carta d'indipendenza americana, il Cristo morto di Mantegna e il Mantello di Ruggero II, il Busto di Nefertiti e i Paraventi di Korin, l'uovo a trifoglio di Fabergé e il Tabernacolo dei Linaioli del Beato Angelico: per loro almeno una volta si è usato l'aggettivo intoccabile proprio come una divinità. «Un museo senza il suo capolavoro perde la propria identità spiega Roberto Cecchi, sottosegretario al ministero per i Beni culturali . Personalmente sono contrario allo spostamento delle opere, soprattutto se, come sta succedendo ormai troppo di frequente, dietro le mostre, anche di successo, non c'è un progetto culturale forte. Sono mostre nate in fretta, con l'idea di fare cassetta e l'arte non può mai essere trattata come merce». Cecchi, vicino alle posizioni dell'ex ministro Antonio Paolucci, rassicura però sulla reale dimensione del fenomeno: «In Italia ci sono 10-12mila manufatti d'arte che ogni anno si spostano, una cifra che per fortuna è rimasta invariata». Sulla stessa linea di Cecchi anche Andrea Carandini, archeologo e presidente del Consiglio superiore dei beni culturali, che stigmatizza appunto «l'accumulo di esposizioni pensate per motivi d'affari». E in questo caso, per lui, ogni opera diventa intoccabile. Secondo l'architetto Mario Botta lo spostamento, comunque «giudizioso», è invece ammesso: «Creare una nuova casa o un nuovo allestimento per un Picasso o un Giotto è il massimo. Oltretutto non bisogna mai dimenticarsi che le opere d'arte sono sempre in movimento, da quando vengono create nell'atelier dell'artista a quando vengono collocate nel museo. Accogliere bene un capolavoro, secondo me, è una vera e propria testimonianza d'affetto». Certo si potrebbe dire che solo i grandi musei hanno le forze per affrontare un carico di visitatori come quello suscitato dagli intoccabili. Ma anche questo non è del tutto vero: la intrasportabile Madonna del Parto di Piero della Francesca conservata a Monterchi, nella profonda provincia aretina, è ad esempio il primo museo italiano per visitato- ri tra quelli con una sola opera. Gli intoccabili, da buone divinità, impongono però sacrifici: per citare ancora la Madonna del Parto (ma vale anche per il Satiro di Mazara del Vallo o i Bronzi di Riace oggi all'Archeologico di Reggio Calabria), è stato necessario costruirle intorno un museo perché altrimenti nessun visitatore normale (studiosi esclusi) si sarebbe forse mai deciso a spostarsi. Claudia Conforti, storica dell'arte, che ha appena curato la mostra su Giorgio Vasari esportata dagli Uffizi in Giappone, definisce l'intrasportabilità un problema dalle mille sfaccettature: «Per certi piccoli musei, come per la Casa Buonarroti di Firenze, mandare in mostra i disegni di Michelangelo in giro è sicuramente una fonte di reddito che li aiuta a sopravvivere, ma allo stesso tempo ogni spostamento priva il pubblico delle ragioni stesse di una visita. Mai dimenticare, poi, che nonostante i guanti bianchi e l'abilità dei nostri trasportatori, si tratta pur sempre di opere assai fragili. Insomma, anch'io credo che sia più giusto che si muovano i visitatori. Con qualche differenza». Quale? «Leonardo è sicuramente più fragile di Vasari, perché i suoi materiali erano in buona parte ancora da sperimentare e dunque imperfetti. Come le statue di marmo sono più a rischio di quelle di bronzo, come l'aereo è più pericoloso della nave». Proprio domani si festeggia il 49esimo anniversario dell'arrivo il 19 dicembre 1962 della Gioconda a New York, unico viaggio in Usa del capolavoro di Leonardo (per una mostra che si sarebbe aperta a Washington ai primi di gennaio del 1963), uno spostamento (via mare) nato dalla complicità tra la first lady Jackie Kennedy e un ministro della Cultura francese come André Malraux (più tardi dal Vaticano agli Usa si sarebbe mossa la Pietà): un'idea oggi improponibile se è vero che il Louvre ha immediatamente risposto di no alla recentissima richiesta degli Uffizi di esporre il capolavoro a Firenze. E le folle che ingorgano la Sala numero 6 dell'Ala Sully del museo parigino (disdegnando allo stesso tempo un altro intrasportabile dirimpettaio come Le nozze di Cana del Veronese, talmente grande che la Fondazione Cini di Venezia per averlo ha dovuto farne una copia d'artista) sembrano dare ragione a chi decide di non muovere i capolavori. Certo il caso della Gioconda resta unico, ma anche Nefertiti e la Primavera possono contare sulla loro folla di estimatori disposti a tutto. L'inamovibilità resta comunque un valore aggiunto in termini di marketing: perché i rari spostamenti degli intoccabili sono venduti a peso d'oro, come nel caso dell'Annunciazione di Leonardo, prima negata e poi concessa (nonostante il parere contrario del direttore degli Uffizi, Antonio Natali) per un viaggio in Giappone concluso con un trionfo. Ma lo può diventare anche in termini di tecnologia su misura per l'intoccabile Bibbia di Borso d'Este, il codice considerato una delle massime espressioni dell'arte rinascimentale conservato alla Biblioteca Estense di Modena, è stato elaborato un nuovo sistema di touch screen che consente a tutti di ammirarla. Senza, appunto, spostarla.