Guardò con attenzione allarea caravaggesca ma percepì i primi fermenti barocchi A Roma, a Palazzo Barberini, le tele del pittore di Cento che si affermò nella città dei papi dopo Guido Reni La rassegna a cura di Rossella Vodret e Fausto Gozzi ripercorre lintera produzione dellartista, che iniziò come autodidatta Lesposizione è dedicata a Sir Denis Mahon, studioso per tutta la vita del maestro Nel 1617 un maestro consacrato come Ludovico Carracci così scriveva: «Qua vi è un giovane di patria di Cento che dipinge con tanta felicità dinvenzione è gran disegnatore e felicissimo coloritore, e mostro di natura e miracolo da far stupire». Il giovane è Francesco Barbieri detto il Guercino che aveva ventisei anni: la grande generosità con cui Ludovico dice di lui è segno della sua perspicacia e testimonia che il talentuoso pittore lo conosceva bene. Infatti Francesco aveva esordito giovanissimo alletà di otto-dieci anni nella sua piccola città, dipingendo affreschi e oli su tela tutti di soggetto religioso da vero enfant prodige. Il ragazzo, di assai modesta estrazione, fece la spola con Bologna per capire quanto di meglio e di nuovo essa offriva al suo occhio. A cominciare dallanziano Carracci e guardando con attenzione allarea caravaggesca, ma fu anche pronto a percepire i fermenti della nuova temperie barocca che volgeva le spalle al Classicismo. I suoi maestri furono Cremonini, i diversi Gennari, Barbieri pittori centesi tardo manieristi, che erano attivi a Bologna. Con questi ultimi collaborò a più riprese. Ma in effetti Guercino fu un autodidatta e dopo gli esordi nella sua città, a cui rimase intimamente legato per lintera vita, con Erminia e Tancredi e con Et in Arcadia ego è già un gran pittore: opere entrambe del 1618. La seconda è di uninquietante originalità: il mito dellArcadia che rimanda al monte del Peloponneso è qui simboleggiato dai due pastori che volgono il loro pensoso sguardo non verso il groviglio di verzura, ma direttamente sul cranio in primo piano non ancora del tutto decomposto: ci sono mosche, ramarri, vermi che corrodono la carne superstite e sono intenzionalmente ripugnanti. Dunque una polemica risposta al mito antico e rinascimentale dellArcadia la cui fortuna letteraria risale a Teocrito e giunge a Tasso e Guarini: questo quadruccio è un memento mori francescanamente severo. Il genere umano è toccato crudelmente dalla morte anche in Arcadia. Dello stesso 18 è San Girolamo sigilla una lettera di impronta caravaggesca e associabile al gruppo di tele dipinte per i Ludovisi. La fortuna professionale del pittore è rapida e crescente: sia per il credito che il giovane si guadagna presso influenti signori come i Bentivoglio e principi della chiesa come il cardinale Alessandro Ludovisi. Questi, divenuto papa col nome di Gregorio XV, nel 1621 lo chiama a Roma. La mostra Guercino1591-1666. Capolavori da Cento e da Roma (promossa dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali Soprintendenza Speciale per il Patrimonio Storico Artistico ed Etnoantropologico e per il Polo Museale della Città di Roma e dal Comune di Cento, prodotta da Civita con la collaborazione di Start) a cura di Rossella Vodret, soprintendente del Polo museale di Roma e di Fausto Gozzi, direttore della Pinacoteca Civica di Cento, è dedicata a Sir Denis Mahon che per lintera vita centenaria si dedicò con sagacia al centese. Il suo precursore fu Cesare Malvasia che nella sua Felsina pittrice (1678), edita quando il pittore era già morto, offre una documentata biografia dellartista che aveva conosciuto e aveva studio a Bologna vicino alla di lui casa. Lavventura romana comincia con gli affreschi dellAurora e della Fama, lOnore e la Virtù, nel casino della famiglia Ludovisi al Pincio, risposta a Guido Reni del casino Pallavacini. A Roma il Guercino frequenta il teorico dellarte classicista Giovan Battista Agucchi, riconosciuta autorità negli ambienti più colti; è in amichevoli rapporti col Domenichino e collabora per affreschi, in più occasioni, con Agostino Tassi e Lanfranco. La Sibilla (1619-21) è tela di grande dolcezza e intensità, tornita con una scansione cromatica elegantissima, ed è già il segno con la Maddalena e due angeli di come il pittore volga verso una maturità più contenuta nellordito delle forme. Opere ormai assai lontane dalla teatrale drammaticità della giovanile tela di Erminia e Tancredi. Tra i capolavori degli anni romani spicca Santa Petronilla sepolta e accolta in cielo: opera di superba qualità compositiva. In mostra il felice bozzetto. Cè dovizia di riferimenti in catalogo (Giunti) sul girovagare di questa tela enorme che Canova ricondusse in Italia dopo il saccheggio napoleonico. Con la morte di Gregorio XV il pittore perde il suo maggior mecenate e rientra a Cento. Gli anni romani sono stati ricchi di nuove esperienze. Morto nel 1642 Guido Reni, Guercino è padrone della piazza emiliana e si trasferisce a Bologna: ma continua a lavorare per commesse romane e tali sono San Luca e San Marco dipinti per i Barberini. Guercino è talento versatile e dipinge celebri ritratti: splendido quello del Cardinale Bernardino Spada, al cui fondo si scorge la Fortezza di Castelfranco. Felicissima la sua mano nel disegno come nellAllegoria della Pittura e della Scultura da cui nasce un olio magnifico. Ezio Raimondi ha tessuto magistralmente la trama delle relazioni letterarie del centese, ma si spinge oltre quando icasticamente nota che se il paradigma di Reni è Raffaello, quello del Guercino è Tiziano che aveva scoperto nel suo viaggio a Venezia. Due mondi così vicini si confrontano e si allontanano. Quando Diego Velázquez è in Italia sente il bisogno di passare per Cento per conoscere il Guercino la cui opera ammirava. A suggello di questa mostra, che inaugura le nuove sale di Palazzo Barberini (è già questo un evento), pongo la Flagellazione di Cristo (1658) di cui il prezioso Libro dei conti 1626-1666 ci dice committente e prezzo: unarchitettura severa incornicia la scena, dove un aguzzino strappa al Cristo i capelli, senza che il viso su cui batte la luce ne sia turbato ma piuttosto pervaso da una divina serenità .
IL GRANDE EMILIANO DEL 600 AMMIRATO DA VELÁZQUEZ
Il testo descrive la vita e l'opera di Francesco Barbieri, noto come il Guercino, un pittore centese che si affermò a Roma nel XVII secolo. Il Guercino iniziò la sua carriera a Cento, dove dipinse affreschi e tele di soggetto religioso, e poi si trasferì a Bologna per studiare e collaborare con altri pittori. A Roma, il Guercino frequentò il teorico dell'arte classicista Giovan Battista Agucchi e collaborò con altri artisti, tra cui Domenichino e Agostino Tassi. Le sue opere più famose includono "Erminia e Tancredi", "La Sibilla", "Santa Petronilla sepolta e accolta in cielo" e "La Flagellazione di Cristo".
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