Cifre e fatti che stigmatizzano, in maniera talvolta inquietante, sprechi senza fine di un Paese incapace di valorizzare e difendere le uniche ricchezze che veramente possiede: l'arte, la cultura e il paesaggio. Diventa un'accorata difesa dell'esistente e insieme una ulteriore denuncia a scempi reiterati ed infiniti il volume "Vandali. L'assalto alle bellezze d'Italia" edito da Rizzoli, una delle ultime fatiche letterarie della coppia di giornalisti e saggisti Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella. Con quest'ultimo, ci siamo soffermati, tra le altre cose, sul valore del patrimonio artistico del nostro Paese e sul suo sempre più precario stato di salute. «Il nostro patrimonio artistico - ha esordito il giornalista - ci rende unici, luoghi fisici meravigliosi che rappresentano anche importanti pagine di storia del Paese. Dal Veneto alla Sicilia, passando per il Friuli, il Lazio, da Nord a Sud, senza differenza, una ricchezza che una classe dirigente per nulla attenta sta facendo morire». Quali le cause di questo stato di cose? «Manca un'adeguata manutenzione quotidiana e adesso la crisi economica acuisce in maniera sempre maggiore quello che diventa un vero e proprio disastro e poi gli interessi privati dei "poeti del calcestruzzo" completano l'opera deturpando ancor di più un patrimonio inestimabile, nelle mani di una classe dirigente che non è in grado di apprezzarne e riconoscerne il valore». Cosa si dovrebbe fare, allora, per cercare di salvare il salvabile? «Programmazione condivisa, organizzazione e manutenzione, queste le azioni chiave per cercare di intervenire in modo tempestivo e coordinato. Importante allora creare una forte sinergia tra il ministero dei Beni Culturali e quello del turismo, ad esempio, per fare insieme delle scelte strategiche». Nel 2007, con la "La casta" venivano messi nero su bianco sprechi e privilegi della lasse politica italiana. Adesso cosa è cambiato nel Paese? «Con "La Casta" i cittadini italiani scoprivano finalmente e nel suo insieme, tutta una serie di privilegi che la classe politica si era costruita piano piano. Ma erano cose che in parte già si sapevano. Allora ci fu una sorta di irritazione generale ma poco o nulla cambiò. Oggi si sono arrabbiati anche gli elettori di destra, che sono sempre stati un poco più indulgenti, ma affinché qualcosa cambi veramente bisogna che costoro comincino ad arrabbiarsi anche con coloro che hanno votato». Sprechi della politica, degrado dei beni archeologici. Qual è il filo conduttore che lega la sua produzione letteraria? «Se di filo conduttore si può parlare si tratta certamente di una forte attenzione al civismo. Non mi sono solo occupato di politica ma anche di temi di carattere più sociale come l'emigrazione, il razzismo. Ho raccontato la storia di un portatore di handicap, con risvolti anche tragici e dolorosi, ho sempre prediletto fatti che avessero strettamente a che fare con questioni di civiltà». In molti suoi volumi condivide la paternità dell'opera con il collega Sergio Rizzo. Come avviene il lavoro di scrittura a quattro mani? «lo e Sergio siamo molto amici e questo indubbiamente rende tutto più facile. Ci dividiamo il lavoro e le sfere di competenza. Lui è molto più bravo nel leggere e decodificare bilanci, cifre e conti. Io invece amo andare a scovare le curiosità e i fatti più sfiziosi e particolari.