Le affermazioni di Charles Saatchi, uno dei più influenti collezionisti del mondo, non sono passate inosservate. L'intervista del Guardian ha suscitato nell'art system reazioni contrastanti. D'altronde Saatchi, vero «specullector» (insieme collezionista, mercante e speculatore), l'uomo che ha indirizzato, guadagnandoci, il mercato dell'arte contemporanea verso la dissacrazione e l'insensatezza si è detto stufo del circo Barnum milionario che egli stesso ha contribuito a creare. Nello specifico ha già riportato bene Vincenzo Trione sul Corriere egli trova questo nuovo mondo dell'arte «profondamente imbarazzante», critica gli artisti perché realizzano opere «post concettuali incomprensibili», definisce i collezionisti oligarchi trendy che si servono dell'arte come strumento di consenso sociale, bolla i curator di essere inadeguati e insicuri, schernisce il pubblico affetto da delirio modaiolo. Al di là dell'opportunismo di Saatchi, scaltrissimo uomo di comunicazione e affari, nel rivedere le proprie scelte estetiche si apre una crepa in un'impalcatura solida che critici come Jean Clair, Robert Hughes, Marc Fumaroli non erano riusciti a scalfire. Il mercato dell'arte contemporanea vale circa 2 miliardi di dollari ed è in buona parte sostenuto da addetti ai lavori che privilegiano l'arte incomprensibile, scioccante, spesso coproffla; un'arte dice caustico Jean Clair che va «sentita» più che ammirata essendo frutto di escrementi, licori vari, sudore. Se dovesse cambiare di colpo lo stile imperante, e nel corso dei secoli è successo molte volte, magari tornare a un'arte che cerca la bellezza, insegue la trascendenza, vuole comunicare, i collezionisti e i fondi più cool, i musei più chic del globo si troverebbero in portafoglio una serie di manufatti di dubbio gusto e senza più valore, pupazzi d'acciaio, pesci in formaldeide, palloni da basket sgonfi, letti sfatti, calzini sporchi. Come nel caso del crollo di alcuni mercati con le junk bond, le azioni spazzatura, le perdite ammonterebbero a centinaia di milioni di euro.