"Solo lo Stato può salvare musei e siti archeologici ma ora cerchiamo l'aiuto dei moderni mecenati" "Per quanto riguarda i restauri del Colosseo, i cantieri sono fermi. Su questa vicenda ci sono stati una serie di ricorsi al Tar e di impedimenti che non esito a definire criminali». Le parole sono del sindaco di Roma Gianni Alemanno, e siamo nell'aula dei gruppi parlamentari a Montecitorio, per il convegno «Dare valore avere valore» dedicato alla gestione dei beni culturali. L'iniziativa è della fondazione Italiadecide, presieduta da Luciano Violante. Si parla della sinergia tra i vari soggetti pubblici interessati alla gestione del patrimonio artistico e culturale, e si parla - soprattutto - dei privati e del loro apporto. Il sindaco di Roma racconta della sponsorizzazione di Diego Della Valle (25 milioni) che è ancora lì, a galleggiare tra le burocrazie, i ricorsi, i distinguo e i sospetti: la parola «privato» - nei beni culturali - fa paura. In prima fila, ad ascoltare, c'è l'amministratore generale del Louvre, Hervé Barbaret, che con i contributi privati riesce a far quadrare il bilancio del maggior museo della Terra. Il ministro dei Beni Culturali Lorenzo Ornaghi parla al medesimo convegno, poi scappa al Senato e tiene anche lì un discorso su come far arrivare contributi anche dai privati, senza spaventarli con calvari buro-giudiziari e offrendo, semmai, un «grazie» fiscale. «Perno dell'azione di governo - spiega Ornaghi - compatibilmente con le esigenze di contenimento della spesa, sarà l'introduzione di nuove e più estese agevolazioni fiscali per chi investe in cultura». Perché oggi l'aria è pessima per i moderni mecenati: sulle sponsorizzazioni grava ancora un'Iva al 21 (che diventerà del 23 a manovra conclusa) e del 10 sui restauri, con una deducibilità che non va oltre il 19. Uno spiraglio potrebbe arrivare dall'iniziativa dell'ex ministro Giancarlo Galan che ha posto gli interventi culturali tra quelli finanziabili con il 5 per mille. Ma sono briciole. Questo non significa che sarà il privato a salvare la cultura, perché musei e beni archeologici non possono che avere lo Stato come unico tutore e massimo finanziatore. L'esperienza di alcune società come Arcus, privata ma a capitale pubblico, che avrebbero dovuto occuparsi del rilancio dei beni culturali, non è andata bene e la società è finita nei guai giudiziari. Ieri Ornaghi ha annunciato «una decisione urgente» sulla sua sorte. Tuttavia trovare soldi per la cultura, specie in questi tempi di recessione, significa attivare un motore di sviluppo. Il sindaco di Torino Piero Fassino ha raccontato la sua esperienza: «Chi avrebbe detto, solo vent'anni fa, che Torino sarebbe diventata una città d'arte e di attrazione turistica. Gli operai della Fiat erano 61 mila e gli addetti al sistema culturale 6 mila. Oggi alla Fiat lavorano 18 mila dipendenti e nel sistema culturale 35 mila. Solo nel ponte dell'Immacolata e solo nei musei comunali, c'erano 100 mila persone, che a Torino hanno anche mangiato e forse dormito, dato che gli alberghi erano tutti pieni. Che cosa è successo? Che gli investimenti in cultura hanno ridato vita e sviluppo a una città in difficoltà. Solo due anni fa - ha aggiunto - Venaria Reale era il 14 museo italiano per numero dl visitatori, quest'anno siamo il 4 e abbiamo superato il palazzo Ducale di Venezia. Conviene o no investire in cultura?».