I custodi: «Non lavoriamo gratis» Pinacoteca di Brera, la protesta dei visitatori: ci hanno allontanati dalle sale L'«incontro» tra Brera e il Pukin di Mosca, anche ieri, è stato soltanto un appuntamento al buio. Con le luci di nuovo spente sui capolavori di Monet, Cézanne e Gauguin in trasferta dal museo russo. E con le incertezze, i reclami e le ire dei visitatori. Il motivo? Nessuno può (o vuole) pagare i giorni festivi ai custodi. Né il ministero dei Beni culturali (intransigente sul tetto del 50 già sforato da oltre la metà dei dipendenti di Brera) né la società co-produttrice della rassegna, Mondo mostre, che alla firma dell'accordo ha espresso «riserve» proprio sul pagamento degli straordinari previsto a suo carico. L'«incontro» tra Brera e il Pukin di Mosca, anche ieri, è stato soltanto un appuntamento al buio. Con le luci di nuovo spente sui capolavori di Monet, Cézanne e Gauguin. E con la confusione e lo sconcerto diffusi tra i visitatori. «Arrivano oltre 50 telefonate al giorno solo per sapere se la mostra è aperta o no» conferma la direttrice di Brera, Sandrina Bandera. Nessuno può (o vuole) pagare i giorni festivi ai custodi. Né il ministero dei Beni culturali (intransigente sul tetto massimo del 50 già sforato da oltre la metà dei dipendenti di Brera) né la società coproduttrice della rassegna, Mondo mostre, che alla firma dell'accordo ha espresso «riserve» proprio sul pagamento degli straordinari. Un «braccio di ferro» con la direzione regionale per i Beni culturali che potrebbe risolversi addirittura con un contenzioso legale proprio a causa dei mancati incassi degli ultimi giorni. Dopo le aperture a singhiozzo di venerdì e sabato, le feste di Sant'Ambrogio si sono concluse esattamente com'erano incominciate mercoledì e giovedì. A mezzo servizio. La soprintendente Bandera aveva provato a trovare una soluzione in nome del «carattere internazionale dell'iniziativa», che conclude l'anno della cultura tra Italia e Russia: «Avevamo cercato di privilegiarla spiega domenica 27 novembre, chiudendo metà Pinacoteca. Ma c'era il problema della bigliettazione separata». Non si poteva, cioè, chiedere al pubblico di pagare sei euro per la mostra del Pukin e altri sei per l'esposizione permanente in versione «dimezzata». «Le proteste sono state tantissime ribadisce la funzionaria Paola Strada perché rimanevano fuori opere fondamentali per gli appassionati». Tra Brera incontra il Pukin o parte della Pinacoteca meglio quindi garantire in toto le visite alla permanente, a scapito della temporanea in trasferta dalla Russia. «Almeno così copriamo il servizio che facciamo pagare» motiva la direttrice. Una scelta, quest'ultima, condivisa dai dipendenti: «Se devono chiudere della sale, meglio che siano quelle dei privati che non vogliono pagare» spiegano i custodi. Anche loro sono esasperati: «Qui 70 dipendenti su cento hanno ormai sforato il limite del 5096 dei festivi protestano . Un tetto che era già stato aumentato dal ministero rispetto al precedente 30. E tutte le persone di turno qui la domenica e nei giorni festivi sono persone che si mettono a disposizione senza la garanzia di essere retribuite. Ma lavorare gratis non è accettabile». Soldi pochi (un budget di 700 mila euro con 800 mila che vanno in bollette), uomini contati, situazioni al limite, ottuse burocrazie. Ieri, le sale 2-3-4, per esempio, hanno chiuso alle 16.30 perché nessuno poteva sostituire il custode disabile che ha orari diversi, usufruendo del trattamento della legge 104. Venerdì, inoltre, un visitatore denunciava: «All'improvviso, attorno alle 15, la custode ha pregato tutti di uscire dalle quattro salette di fronte al Cristo morto del Mantegna. Ad alta voce ha detto: "Sono qui dalle 9 di mattina: me ne vado"». Un episodio tuttavia smentito dal museo: «Al massimo c'è stato febbraio, un piccolo "buco" al cambio di turno replica Bandera ma nessuno è stato cacciato». Giallo a parte, un'altra brutta figura per il sistema Milano e il suo presunto status internazionale di città d'arte.