Pil, ricchezza procapite e lavoro: i numeri del fallimento «In regione un'evoluzione debole della produzione finale» La sede del Parlamento Europeo La sede del Parlamento Europeo NAPOLI - Ormai per molti Agenda 2000 è solo un ricordo. Per anni, quasi dieci, però, è stato un programma di sviluppo, almeno nelle intenzione c'era questo obiettivo, fonte di speranze (nella sua fase iniziale) e di grandi polemiche (al suo epilogo). Cosa abbia effettivamente lasciato in eredità, alla Campania, il quadro comunitario di sostegno che dal 2000 al 2009 (con piccoli sconfinamenti di spesa fino al settembre 2010) ha portato nella nostra regione finanziamenti per oltre 7,745 miliardi di euro, non era finora dato sapere. Almeno con certezza, perché un'idea di massima sul fallimento del progetto era già ben chiara ai più. Nei giorni scorsi, ad ogni buon conto, grazie a una lunga e dettagliata relazione elaborata dal Nucleo di valutazione e verifica degli investimenti pubblici insediato nell'ambito dell'amministrazione di Palazzo Santa Lucia, struttura guidata da Arturo Polese, l'arcano è stato ufficialmente chiarito con numeri certificati. GLI INDICATORI - Tre indicatori fanno luce su tutto. E subito. Il Pil campano, nel 2000, era pari più o meno a 75,354 miliardi di euro. Nel 2009, quindi allorché il Por (programma operativo regionale) aveva già consumato praticamente l'intero percorso economico, il dato è sceso a 74,430 miliardi. Non c'è che dire... E se si considera che Agenda 2000 in realtà è partita nel 2001, bisogna considerare che in quell'anno il prodotto interno lordo viaggiava intorno ai 77,6 miliardi di euro. In questi nove anni, definiti recentemente da Bankitalia i peggiori della storia economica campana dal dopoguerra in poi, sono crollati anche il Pil procapite (da 13.190 euro a 12.776), che sintetizza il benessere della poplazione, e l'occupazione (da 1.723.000 unità a 1.677.000). E questo come si evince dalla tabella in alto vale ancor più paragonando il 2009 con il 2001. IL PRODOTTO INTERNO LORDO A PICCO - «Se il Pil è scritto nel dossier in termini reali è cresciuto relativamente poco in Italia nel periodo 2000-2007 (prima della recessione, esplosa nel terzo quadrimestre del 2008, l'incremento complessivo è stato, appena, dell'8,2), in regione la produzione finale e l'offerta hanno conosciuto, nello stesso intervallo di tempo, un'evoluzione ancora più debole (7) e, soprattutto, molto contrastata, con una netta diminuzione dei tassi di crescita e due episodi di vera e propria contrazione dei valori (2003 e 2005) rispetto ai risultati raggiunti nell'anno precedente». E ancora: «Negli ultimi due anni (2008 e 2009), stando ai dati della contabilità regionale, il manifestarsi della crisi mondiale ha comportato, anche in Campania, effetti molto evidenti sul piano delle principali grandezze macroeconomiche e, quindi, del tasso di sviluppo dell'intero sistema. A fronte di un calo generalizzato del Pil, in termini reali, che in Italia, fra 2007 e 2009, è stato pari al 6,3, in Campania la caduta del prodotto si è rivelata molto più consistente, avvicinandosi al 7,8, ai primi posti (dopo Lombardia e Abruzzo) della graduatoria dei tassi negativi di crescita e confermandosi come il risultato peggiore fra quelli conseguiti da tutte le regioni del Mezzogiorno». In questo modo, «la Campania è ritornata, nel 2009, al di sotto dei valori del Pil che si potevano misurare alla fine del 2000, con una perdita reale (tra 2007 e 2009) superiore ai 6 miliardi di euro». RISORSE FRAMMENTATE - «Dall'analisi dei dati del Rapporto finale di esecuzione (Rfe) emerge che, nell'ambito del Por Campania 2000-2006, sono stati rendicontati sul Fesr, il fondo di sviluppo regionale, circa 4.500 interventi, per un valore complessivo di 5,6 miliardi di euro e con un valore medio degli interventi finanziati pari a poco più di 900.000 euro (escludendo i progetti coerenti o di "sponda" che dir si voglia)». Percentuale da cui si può «immediatamente constatare una notevolissima frammentazione dei progetti. Emerge inoltre il notevole ricorso alla progettazione coerente (progetti nati e attuati nell'ambito di altra programmazione e rendicontati nell'ambito del Por) che ha modificato la "portata" del programma. A ciò si aggiunge che l'esame dei progetti superiori ai 10 milioni di euro (tipologia, ubicazione, beneficiario etc) evidenzia che non si sono realizzati progetti infrastrutturali a scala intercomunale e interprovinciale e, ancor meno, a scala regionale». Si «segnala poi, rispetto al contesto regionale, la concentrazione territoriale dei progetti di 10 milioni e oltre nell'area della città di Napoli. È emerso inoltre il dato relativo ai tempi di realizzazione, risultati evidentemente troppo lunghi: un numero rilevante di interventi di carattere infrastrutturale non si è, infatti, concluso nei tempi del programma. In tal senso si possono denotare elementi di inadeguatezza dei processi di progettazione e realizzazione rispetto alle procedure ed alle tempistiche del programmi». Per cui «si rileva l'opportunità di svolgere ulteriori approfondimenti, non possibili in questa sede, circa la qualità degli interventi finanziati nell'ambito del Programma e circa i risultati conseguiti ed i relativi impatti in termini di crescita economica e di adeguamento strutturale del contesto socio economico di riferimento». LAVORO, AZIONI «SCARSE» - Le "politiche per il mercato del lavoro" sono state «caratterizzate da taluni interventi sui quali ricadono procedure di infrazione attivate eo provvedimenti giudiziari. Il sistema di monitoraggio, di più, rappresenta elementi perduranti di inefficacia e la gestione si presenta come fortemente frammentata. Ciò ha favorito una gestione "politicizzata"; la complessità e la frammentazione non sono state ispirate solo dall'obiettivo di intercettare i destinatari di riferimento e determinare un reale effetto positivo, ma anche, forse, da esigenze "clientelari", e ciò ha contribuito a determinare un impatto settoriale non misurabile, presumibilmente scarso, delle azioni intraprese».