Il suo «regno» ha visto passare - dalle finestre dell'ufficio affacciato sui Fori imperiali - otto sindaci, da Giulio Cario Argon a Walter Veltroni e quasi venti ministri per i Beni culturali. Ha litigato con tutti. Perfino con quegli uomini della sinistra, come Argan e Veltroni, appunto, che sono stati suoi fieri sostenitori. .. Perché quest'uomo riservalo, abituato a centellinare ogni parola e a non mercanteggiare sui principi, ha inteso il ruolo di Soprintendente archeologico dì Roma nel modo più semplice: difendere con ogni mezzo il grande patrimonio della Città Eterna. A costo di guadagnarsi il disprezzo di tutti i «modernisti», l'inimicizia degli architetti, l'insofferenza di molti urbanisti. Ha distribuito i suoi «no» senza preferenze, con lo stessa disincantata freddezza: ai sindaci democristiani ha bocciato progetti metropolitani arditi, strade e ferrovie. Al socialista Franco Carrara ha fermato il progetto per torri e grattacieli di Renzo Piano nell'area dell'ex aeroporto di Centocelle («è un parco archeologico»); a Francesco Rutelli, in una Roma proiettata verso il grande Giubileo, ha fatto saltare progetti e nervi. Nell'agosto 1998, dopo averlo indicato in modo sprezzante: «un uomo chiamato cavillo», l'allora sindaco Rutelli chiese all'allora ministro Veltroni, la testa di questo soprintendente accusato di «bloccare» ben sedici progetti. Ma La Regina è rimasto al suo posto, riuscendo a far ridimensionare l'anno successivo il sottopasso di Castel Sant'Angelo. In tutti questi anni, e con tutti questi «no» il soprintendente si è dovuto abituare alle voci di una sua sostituzione e ad ammettere una serie di sconfitte. La principale: non essere riuscito a convincere governi e Ministero per i Beni culturali a investire una cifra straordinaria sulla messa in sicurezza del Palatino, il colle dove è nata la civiltà romana.