Dal «buio» di Palazzo Vernazza riemerge una preziosa placca bronzea Apollo appare nelle forme armoniose del suo nudo, mentre regge la cetra, con lo sguardo rivolto verso Marsia il Sileno, legato ad un albero e seduto su una roccia. Da un ramo pende il flauto, origine della sua sventura: ha osato sfidare il dio in una gara musicale, un peccato imperdonabile per cui sarà scuoiato vivo. Ai piedi di Apollo è inginocchiato Olimpo, il giovinetto amato da Marsia, che implora il dio di risparmiare il suo maestro. Questa complessa raffigurazione si trova in una placchetta di bronzo ovale che riproduce il celebre Sigillum Neronis, una splendida corniola antica opera del famoso incisore di età romana, Dioskurides. Attraverso misteriosi percorsi la gemma entrò nel 1428 nelle collezioni dei Medici e fu così chiamata da Lorenzo Ghiberti. Lorenzo il Magnifico vi fece incidere la sigla LAU.R M . a sancirne il possesso, ma poi il prezioso oggetto passò a Roma nelle raccolte del papa Paolo II, appassionato collezionista, che fece riprodurre in placchette di bronzo i più famosi soggetti dell'arte antica, con il fine di diffonderli presso tutti gli artisti che ne potessero trarre ispirazione. Il Sigillum Neronis ebbe una grande rinomanza nel Rinascimento e, nella cerchia neoplatonica fiorentina, fu considerato simbolo di profondi valori filosofici. Nel 1485 infatti Pico della Mirandola scriveva che «spogliarsi di Marsia significa sottrarre l'anima ai legami terreni, la vittoria di Apollo è la vittoria della musica divina». In questo senso anche Sandro Botticelli volle utilizzare il mito di Apollo e Marsia e riprodusse la gemma di Dioskurides nel cammeo che orna il petto di una dama fiorentina in un famoso ritratto, sintesi dell'eleganza e della ricchezza delle Signore di Firenze. Questa premessa serve a dare la notizia che una di queste rarissime placchette in bronzo con Apollo e Marsia è stata ritrovata nei giorni scorsi a Lecce, nel corso degli scavi a Palazzo Vernazza, all'interno di un butto, uno degli immondezzai che gli abitanti del palazzo avevano scaricato, nel corso del Seicento, nelle cisterne olearie che erano state ricavate nei sotterranei sotto la casa-torre del Cinquecento. Si trattava di produzione su scala industriale se pensiamo che ogni cisterna, scavata nel banco roccioso, poteva contenere 5.000 litri e che le quattro cisterne insieme arrivavano dunque a circa 6o.coo litri di olio. Lo scavo di questi giorni, condotto in collaborazione tra la Direzione Regionale dei Beni Culturali, il Comune di Lecce e l'Università, porta a conclusione un lungo lavoro di indagine nel sottosuolo di questa prestigiosa residenza della Lecce storica. Le archeologhe dell'Università del Salento, Caterina Polito e Patricia Caprino, la ditta Nicolì, l'architetto Vinci e gli archeologi della Soprintendenza Archeologica Arcangelo Alessio e Daniela Tansella, l'architetta Patrizia Erroi del Comune di Lecce, hanno dato vita ad una splendida collaborazione e insieme, in questi ultimi anni di scavo, abbiamo potuto leggere nel terreno, le pagine di una lunga storia che risale al tempo dei Messapi, e che approda alla Lupiae romana quando in quest'area sorgeva il Santuario di Iside con il purgatorium, la vasca in cui i fedeli della dea si immergevano per ottenere la purificazione del corpo e dello spirito, prima di accedere ai sacri misteri. Il lavoro di scavo è stata una vera e propria raccolta differenziata dei rifiuti del Palazzo; i rifiuti dunque come risorsa ma questa volta come risorsa della conoscenza storica. Gli oggetti recuperati parlano della vita quotidiana di Lecce nel Cinque e nel Seicento e mostrano un aspetto inedito della città nel momento del suo massimo fulgore, quando le risorse rivenienti dalla produzione olearia permettevano gli splendori dell'architettura barocca. Non per niente la cantina del Palazzo era dotata di quattro cisterne scavate nella roccia per conservare l'olio, l'oro liquido che dai porti di Gallipoli e di Otranto raggiungeva i mercati di tutta Europa per illuminare le case. Anche in altre città d'Italia questi scavi degli immondezzai dell'età medievale e moderna hanno restituito tanti tesori di conoscenza: basti pensare alla Crypta Balbi a Roma, intorno alla quale si è realizzato un Museo, oppure alla mostra di Rimini dal titolo spiritoso «Il bello dei butti». Dallo scavo delle cisterne di Palazzo Vernazza, sono andati via via emergendo e sono in corso di restauro i servizi da tavola in maiolica dei secoli XVI e XVII con gli stemmi patronali, come quello dei Palmieri, con il simbolo parlante delle palme, portato in dote da una sposa proveniente da quella celebre famiglia, le acquasantiere, i soprammobili, le statuine del presepe in terracotta e tutta una serie di oggetti in metallo, dai piccoli monili alle monete, alle forbici, agli aghi ed agli spilloni da cucito che attestano le occupazioni quotidiane della famiglia ed un inedito universo femminile. La raccolta dei reperti zoologici (ossa di animali, conchiglie, resti di pesci) offre un ampio spettro delle abitudini alimentari degli abitanti del palazzo. E poi gli oggetti più preziosi come la placchetta di Apollo e Marsia ed il medaglione in terracotta di Ferrante Gonzaga, costituiscono la prova degli interessi culturali della nobiltà leccese del Cinquecento ed i suoi collegamenti con le corti d'Italia. Tutto un mondo da raccontare, negli aspetti più umili del quotidiano e nelle forme più raffinate dell'arte, nella speranza che questo racconto si possa presto presentare nelle sale di questa splendida casa-torre della Lecce cinquecentesca.
Corriere della Sera
10 Dicembre 2011
La gemma dei Medici a Lecce
FR
Francesco D'Andria
Corriere della Sera
Una placchetta di bronzo con Apollo e Marsia è stata ritrovata a Lecce, nel corso degli scavi a Palazzo Vernazza. La placchetta, che risale al Rinascimento, è stata trovata in un butto, uno degli immondezzai che gli abitanti del palazzo avevano scaricato nel corso del Seicento. La placchetta è una copia del celebre Sigillum Neronis, opera del famoso incisore di età romana, Dioskurides. È stata trovata in una delle quattro cisterne scavate nella roccia per conservare l'olio, che proveniva dai porti di Gallipoli e di Otranto.
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