Di Fede: Matteo propose invano lo studio a Domenici «Era presidente della Provincia quando invitò Leonardo Domenici ad aprire le ricerche di Maurizio Seracini sulla battaglia dAnghiari». Viene da lontano la passione di Matteo Renzi per il «più grande mistero della storia dellarte», racconta Giovanni Di Fede, lassistente dellex sindaco Domenici oggi assessore provinciale. Già al tempo in cui sedeva sulla poltrona di Palazzo Medici Riccardi provò a lanciare la caccia dellIndiana Jones-Maurizio Seracini. Domenici però, racconta sempre Di Fede, non si emozionò proprio. «Lingegner Seracini venne pure da me, allinizio non per parlare di buchi ma di indagini radar», ricorda lallora assessore comunale alla cultura Simone Siliani, oggi nella segreteria del governatore Enrico Rossi. «Gli dicemmo che le indagini radar dovevano andare di pari passo con le ricerche storiografiche, darchivio. Seracini fece le prime, non le seconde. E poi sparì, perché non riuscì a trovare lo sponsor», aggiunge Siliani. «E quando si cominciò a parlare di bucare il Vasari, Seracini si trovò davanti la contrarietà dellallora dirigente dei musei. Figuratevi Domenici», racconta ancora Di Fede. Alla fine anche la passione di Renzi si trovò davanti il gelo di Domenici. Ma le passioni, si sa, non muoiono mai. E una volta sindaco, Renzi non ci ha messo molto a rispolverare la caccia al mistero leonardesco. E a richiamare a Palazzo Vecchio il professor Seracini, docente alluniversità di San Diego (dove è direttore del centro di scienze interdisciplinari per larte, larchitettura e larcheologia). Anche se, forse, prima di lui ha chiamato il fratello Marco. Cioè il commercialista che aveva lavorato nella Caritas e che già nella campagna elettorale era al suo fianco: fin dai primi mesi del suo mandato di sindaco, Renzi lha ha voluto alla presidenza di Montedomini. Seracini, che già nel 1976 calcava il pavimento del salone dei Cinquecento, quando un gruppo di ricercatori delluniversità di San Diego compì la prima indagine sulle pareti mediante gli ultrasuoni, entra in campo poco dopo. In Renzi, lingegnere che ha anche messo su una propria società di diagnostica per i beni culturali, trova finalmente un alleato perfetto. Già nel 2007, al tempo in cui era ministro dei Beni culturali Francesco Rutelli, ebbe modo di dare eco alla sua audace impresa. Probabilmente grazie anche ai buoni uffici di Renzi, che al tempo a Rutelli era ancora legato. Ma solo con Renzi sindaco si apre la grande caccia. Si annunciano indagini mediante neutroni. Poi però, solo pochi giorni fa, per effetto delle contrarietà interne allOpificio delle Pietre Dure, si scopre che le sofisticate apparecchiature costruite ad hoc per la caccia hanno lasciato il posto alle più tradizionali mini-sonde. Né Renzi né la sovrintendenza lavevano mai annunciato o semplicemente chiarito. Eppure: «Siamo ad un passo dallo scoprire questo mistero straordinario, la cultura è ricerca del futuro, non solo celebrazione del passato», ripete anche ieri il sindaco Renzi. Come se tutto il rebus stia in un conflitto tra innovatori e oscurantisti. E se, dopo lesposto di Italia Nostra in procura, i carabinieri salgono sui ponteggi per prendere visione di ciò che si sta facendo, Renzi ostenta serenità: «I carabinieri sono i benvenuti, la scoperta di un dipinto leonardesco apparterrebbe a tutti i fiorentini e un fiorentino non dovrebbe dormire dalla gioia», dice il sindaco. Convinto che i «grandi professori» che criticano lindagine dovrebbero pensarci bene prima di parlare: «Dicono che lì sotto non cè niente, che Leonardo aveva dipinto sulla parete opposta. Spero per loro che sia vero, altrimenti mi domando come faranno a rivolgersi ai loro studenti».