Gli "stati generali della cultura" del Partito democratico - tenutisi nelle ex Officine Marconi, nella periferia romana, gli scorsi 3 e 4 dicembre - sono stati interessanti, utili. Interessanti, perché hanno riaperto la questione culturale, che sembrava sopita negli anni del berlusconismo - travolti dalla televisione generalista; utili, per le diverse proposte emerse. In particolare, è rientrata nella discussione la nozione di sfera pubblica, riempita di anatemi nella lunga stagione liberista. E ora riabilitata, finalmente. Nell'era dei beni comuni, del referendum sull'acqua pubblica, di lotte esemplari come quella del Teatro Valle, riscoprire (riaggiornandolo) il concetto di "pubblico" è decisivo. E bene ha fatto il Pd, fin dalla nella relazione introduttiva del responsabile di settore Matteo Orfini, a provarci. Cosi come è stato di rilievo riannodare i fili attorno al lavoro nel e del vasto universo della cultura: dal riconoscimento delle professioni (vedi il caso dei restauratori), al rilancio delle politiche di sviluppo. Basta con i tagli e si apra una nuova stagione pubblica e privata, attirando gli investimenti attraverso defiscalizzazione e incentivi. E basta con i vari Arcus, Ales, con la casualità dei finanziamenti. Inoltre, la conferenza ha riacceso i riflettori sullo stato pietoso in cui versa il Ministero dei beni culturali (Mibac), abbandonato dal governo Berlusconi, forse perché ricco di persone "infedeli", meno corrive e omologate. Sovraintendenze, direttori, funzionari con carichi di lavoro abnormi e condizioni spesso impossibili. Altro che diritti e meritocrazia, quest'ultima parola chiave di tante angherie. Il Ministero, reduce dalla stagione di Bondi e Galan, ha bisogno di discontinuità. Pena l'agonia. Con cortesia istituzionale sono intervenuti all'iniziativa il neo-ministro Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario Roberto Cecchi, ex segretario generale: interventi generici, ma aperti. Il Ministro verrà a esporre il suo programma alle commissioni parlamentari e li non potrà sottrarsi alle domande sul futuro di Cinecittà e del cinema, del teatro (grande testimonianza di Luca Ronconi), della musica e della danza. Della Biennale di Venezia e degli istituti culturali. Tuttavia, un clima diverso si è respirato. Le macerie, però, sono tante. E i disastri di Pompei sono la metafora più evidente della crisi culturale di un'Italia in cui - come detto nell'introduzione - si deve produrre e non solo distribuire; aprire e non chiudere. La cultura, le culture sono un elemento cruciale di un modello di sviluppo alternativo, fondato - come ha sottolineato in una bellissima comunicazione Carlo Sini - sulla qualità sostenibile e non sulla quantità. Sul paesaggio, sull'estetica. Sull'intelligenza e sulla bellezza, ha sottolineato Marino Sinibaldi. Su una Rai diversa, che voglia raccontare la cultura. Sul valore del libro e della lettura. Sulla creatività, riportata nel discorso da Gianrico Carofiglio, Silvio Orlando, Massimo Ghini, Michele Mirabella, Pilar, Giulio Scarpati, Carlo Testini, Carlo Lizzani, Antonio Pennacchi. Tra gli altri. L'università, la scuola sono l'anello di congiunzione tra i saperi e proprio il rilancio della conoscenza è l'antidoto vero, profondo al berlusconismo, fenomeno politicamente sconfitto, ma tuttora presente nella società e nei suoi bassifondi. Serve un'alleanza per la cultura, è stato detto. Giusto, se questo significa ricostruire un abbozzo di nuovo "blocco sociale", fondato sulla relazione tra lavoro e cultura. E l'alleanza riguarda anche l'aspetto politico, come è stato evidente nei contributi di Claudio Fava e di Giulia Rodano. Pier Luigi Bersani ha concluso i lavori, ma con la testa anche alla "manovra" del governo Monti. Molto si gioca attorno al "che fare" politico. Cosa metterà in moto l'esecutivo "tecnico"? Sarà concentrato solo sull'economia? E su quale capitolo dell'economia? Sulla parte finanziaria o su una più vasta economia politica? E qui si dischiude una funzione storica dell'attività culturale. Marxianamente apparato della "riproduzione", oggi - nell'età dell'informazione e dei beni immateriali - la cultura è l'essenza stessa dell'economia sostenibile. E di una politica post-partitica. La cultura si incrocia con le tecniche e il digitale avvolge tutto. I due limiti degli "stati generali": poco "contemporaneo", pochi contenuti della rete. Ma ci si arriverà, scoprendo pure l'alchimia giusta per immaginare (e praticare) un diverso "diritto d'autore". Un po' di utopia. Perché no? Serve un altro immaginario per e dell'Italia (e per l'Europa).
Stati generali della cultura. Un altro immaginario per l'Italia
Gli "Stati Generali della Cultura" del Partito Democratico, tenutisi a Roma, hanno riaperto la questione culturale e hanno proposto diverse idee utili. La nozione di sfera pubblica è stata riabilitata e il concetto di "pubblico" è stato riscoperto. Il Pd ha anche riannodato i fili attorno al lavoro nel e del vasto universo della cultura. La conferenza ha anche riacceso i riflettori sullo stato pietoso in cui versa il Ministero dei Beni Culturali, abbandonato dal governo Berlusconi. Il Ministro Lorenzo Ornaghi e il sottosegretario Roberto Cecchi hanno intervenuto all'iniziativa.
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