La ricerca di un dipinto di Leonardo mette a rischio la sua opera Bucare con sette piccoli fori un affresco di Giorgio Vasari a Palazzo Vecchio nella possibilità di trovarci sotto una pallida traccia della Battaglia di Anghiari di Leonardo da Vinci, è un'operazione che non ha a che fare con la storia dell'arte. L'intento della ricerca, voluta fortemente dal sindaco Matteo Renzi con l'approvazione di soprintendenza e ministero e con una sponsorizzazione molto astuta della National Geographic, non è riscrivere una pagina decisiva del Rinascimento. In caso di esito positivo, infatti, questa operazione sarà uno spartiacque definitivo. Segnerà un prima e un dopo senza precedenti. Sarà infatti l'occasione decisiva che ci spingerà a mutare in modo radicale la nostra considerazione del patrimonio storico-artistico che abbiamo. Nel caso in cui si scoprisse che sotto Vasari è contenuta la battaglia di Leonardo e si innescasse di conseguenza un meccanismo internazionale di promozione, mostre, merchandising, visite a tambur battente per le scuole e per i turisti, tutto ciò andrebbe a provocare una davvero significativa trasformazione collettiva da valutare molto attentamente. Al di là infatti del danno che sta subendo l'opera vasariana, denunciato alla procura da Italia Nostra e ribadito da un drappello nutrito di studiosi dell'arte, da Salvatore Settis a Tomaso Montanari, il nodo cruciale della questione non si risolve affatto nelle sicure lesioni che le sonde e le microcamere stanno provocando sulla Battaglia di Scannagallo a fronte di una scoperta che può essere negativa. Il nocciolo è molto più profondo. Se venisse scoperto Leonardo, questa vicenda e le sue conseguenze avrebbero tutti i crismi per trasformare il nostro modo di relazionarci all'arte. In primo luogo, sarebbe il pretesto vincente, preso a modello da amministratori, sponsor e fondazioni delle città più disparate, per considerare degne di attenzione, di investimenti, di studio, soltanto quelle opere del nostro patrimonio che riescono a "bucare" per fascino, per appeal, per tendenze di moda, per consenso emotivo, l'attenzione collettiva, come già fanno le mostre di artisti-mito come Caravaggio o i restauri eccellenti come il Colosseo. La pur modesta considerazione delle istituzioni, degli sponsor, dei media sui beni culturali sarebbe sempre più rivolta solo alle storie artistiche che sono mediaticamente attraenti, che risultano essere protagoniste di narrazioni fascinose, di eventi coinvolgenti, come lo sarebbe appunto il Leonardo perduto che ritorna alla luce in uno dei palazzi simbolo dell'arte mondiale. In caso di esito favorevole della ricerca, questa vicenda segnerà l'incontrovertibile e graduale passaggio da una conoscenza dell'arte attuata tramite la frequentazione quotidiana, lo studio, l'affezione positiva per il proprio duomo, per la propria identità paesana e cittadina, ad una conoscenza dell'arte che invece bypassa del tutto questi connotati: i ragazzi e gli adulti saranno sempre più attratti non dalle testimonianze storico-artistiche che fanno parte del loro territorio, che costituiscono la loro memoria, la loro storia, la loro essenza, ma da quelle poche opere d'arte che si sono imposte mediaticamente, che hanno avuto una traduzione cinematografica suggestiva, che sono inserite in un tour di eventi di grande richiamo, che vengono pubblicizzate su internet. Ovvero la predilezione per il grande evento farà da tornasole tra quelle opere artistiche che resistono come memoria collettiva e quelle opere che invece cadono nell'oblio pur essendo l'ossatura memoriale di quel territorio in cui viviamo. Come conseguenza, la vicenda di Palazzo Vecchio dimostra quanto il fine promozionale giustifichi i mezzi. Pur di dimostrare che sotto l'affresco c'è Leonardo, si è disposti a rischiose forzature, a bucherellare invasivamente l'opera di Vasari. Anche Indiana Jones faceva così: pur di arrivare a trovare l'Arca perduta, non si faceva problemi a sfondare sarcofagi, profanare tombe per recuperare preziose indicazioni. Ma quello era magnificamente un film, che adesso però la realtà italiana, così attenta all'effetto mediatico, rischia di copiare pedissequamente. Se Renzi non ferma la ricerca e l'esito dell'operazione è positivo, segneremo una data di fine 2011 non solo come il giorno del ritrovamento di un nuovo Leonardo, ma anche come il giorno in cui il nostro modo di intendere e vivere le nostre bellezze, cambia direzione: smetteremo gradualmente di parlare di patrimonio diffuso con capillarità sul territorio, attorno a cui istituzioni e comunità raggrumano il loro vivere civile, e pian piano ci abitueremo a un patrimonio che sentiremo vivo soltanto quando è narrato con efficacia e in modo suadente come le pubblicità. Solo così darà futuro e memoria di sé. Che sia un passo avanti, valutiamolo bene.