Aureliano Benedetti Presidente Cassa Risparmio di Firenze La Cassa di Risparmio, Banca Intesa e lo sportello realizzato da Michelucci, già allora sotto vincolo Caro direttore, abbiamo letto l'articolo di Tomaso Montanari «Il salone diviso in due», pubblicato sul Corriere Fiorentino di martedì scorso; il professore solleva temi interessanti, ma opinabili sul piano della realtà del restauro e dell'adeguamento all'utenza dello sportello della Cassa di Risparmio di Firenze in via Bufalini. Intanto, sull'encomiabile proibizione del Granduca Ferdinando I alla esportazione da Firenze da parte dei collezionisti privati di quadri di alcuni importanti pittori, possiamo osservare che i fiorentini nei secoli successivi se ne sono abbondantemente infischiati, perché i musei e le collezioni di tutto il mondo sono pieni di queste opere. Invece, quando l'Ente decise di quotare alla Borsa di Milano la Cassa di Risparmio di Firenze e fu quindi accettata la sfida del mercato che poi ha prodotto la trattativa con Intesa Sanpaolo, svolta con mirabile previdenza, considerati i tempi attuali, la Banca e l'Ente si atteggiarono proprio secondo il desiderio del Granduca Medici; infatti fu deciso che la quadreria di proprietà della Banca fosse trasferita in proprietà dell'Ente affinchè rimanesse «ornamento» della città di Firenze. Forse il professor Montanari non è informato del fatto che Giovanni Michelucci realizzò lo sportello bancario in un immobile già vincolato dalla Soprintendenza; che il vincolo, reiterato nel 1998, è stato da ultimo confermato e precisato in alcune sue parti con un provvedimento del 7 giugno scorso (prot. 12069, pos. A2208). Inoltre il professor Michelucci era ben consapevole di aver progettato uno sportello bancario e ricordiamo, avendo avuto la fortuna di conoscerlo e di avere con lui collaborato negli anni Ottanta, qual era il suo atteggiamento verso l'opera architettonica, il suo ruolo nella realtà e le esigenze di lavoro. Il far banca degli anni Cinquanta del XX secolo non è il far banca degli anni Dieci del XXI secolo; si è profondamente modificata la società civile, si sono profondamente modificate le disposizioni sindacali, il rapporto fra la banca ed il cliente; talchè il «bancone» dello sportello di via Bufalini ha subito già nel corso del tempo alcuni adeguamenti, come lo hanno subito molti altri sportelli della Cassa di Risparmio. Inoltre il complesso immobiliare è oggi di proprietà dell'Ente e la Banca ha ripreso in locazione lo sportello bancario con i necessari interventi di relazione. Nell'articolo si avanza anche l'ipotesi che l'adeguamento degli spazi in via Bufalini sia stato imposto da Banca Intesa, secondo gli stilemi di Gruppo, e che il centro decisionale della Banca non sia più fiorentino: se l'aggiornamento alle esigenze odierne dello sportello di via Bufalini dovesse essere deciso da Intesa Sanpaolo «si starebbe freschi», per dirla alla fiorentina! Forse non si ha una chiara cognizione di cosa è il centro decisionale del più grande gruppo bancario italiano e quale è il rapporto tra Intesa Sanpaolo e Cassa di Risparmio di Firenze, subholding del Gruppo, che controlla nove Casse di Risparmio in Italia Centrale. Sono di competenza di Intesa Sanpaolo e dell'Ente, autorevole socio di Intesa Sanpaolo e di Cassa di Risparmio di Firenze, le scelte decisionali circa l'eventuale acquisto o vendita di una banca da parte della Cassa di Risparmio di Firenze, non certo il restauro di uno sportello bancario. Possiamo inoltre assicurare, per avere avuto la felice esperienza di conoscere la dirigenza della Cassa di Risparmio di Firenze negli ultimi venti anni, che è un far torto alla professionalità di quella il pensare che si sarebbe fermata nel dubbio se musealizzare lo sportello di via Bufalini o farlo vivere rispettando sostanzialmente gli originari stilemi del professor Michelucci. Sullo sfondo ci sono poi le prove della storia. Applicando alla lettera i criteri del professor Montanari, sarebbe uno scandalo l'ampliamento di Palazzo Vecchio di Arnolfo eseguito due secoli dopo sotto il principato di Cosimo I e uno scandalo anche l'ampliamento del Palazzo Pitti brunelleschiano e l'inserimento del cortile dell'Ammannati a spina sul Giardino di Boboli; Giuseppe Poggi, che realizzò i viali di circonvallazione nel sito delle mure medicee, sarebbe certamente da considerare come Attila o Gengis Kahn. E che dire della realizzazione oggi agli Uffizi di una uscita dalla parte di piazza del Grano? Non sarebbero tutti cambiamenti da considerare forzature del disegno originario? Torniamo a terra: una banca è un'impresa che ha ragione d'essere se svolge un servizio che soddisfa la propria clientela. Il professor Michelucci ebbe l'incarico di realizzare uno sportello bancario con gli stilemi da lui proposti; oggi l'adeguamento necessario è realizzato con l'approvazione e il controllo della Soprintendenza e della Fondazione Michelucci e il «bancone» sarà riportato addirittura nella sua originaria collocazione. Infine le due fotografie che hanno corredato l'articolo possono disorientare il lettore: l'immagine dello sportello prima dei lavori rappresenta già una modifica rispetto a quello degli anni Cinquanta; l'altra è una fotografia del cantiere con una parete in cartongesso perché i lavori si stanno facendo «a banca aperta». Se l'immagine con la parete in cartongesso fosse l'assetto definitivo del salone dovremmo davvero concludere con franchezza che la Cassa di Risparmio di Firenze non ha più il senso estetico che in centottanta anni di vita ha sempre voluto proporre. Possiamo invece convenire sulla bruttezza della porta di ingresso, che era più semplice e quindi più elegante quando era l'originaria porta vetrata, sostituita per norme di sicurezza da una porta automatica a protezione della clientela e dei dipendenti. Purtroppo nel mondo di oggi aumenta la delinquenza e se continuerà ad aumentare allora dovremmo tornare all'antico «ponte levatoio». In tal caso certamente con il consenso del professor Montanari!