Trascorrere una giornata ad Alatri significa trovarsi sballottati a cavallo di millenni di storia, in un percorso magico che, attraverso incredibili vestigia medievali e rinascimentali, ci riporta indietro nel mito, fino alle imponenti mura megalitiche le cui origini si perdono nel tempo in cui gli Dei popolavano la terra. L'itinerario che vi stiamo suggerendo oggi è quello predisposto con grande amore e abnegazione da Graziella Frezza, funzionario della Sovrintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio, che in una giornata incantevole di ottobre, ha guidato un gruppo di persone alla riscoperta della sua città. Percorrere oggi il perimetro della doppia cinta muraria ricalcando la via gregoriana non manca di suscitare grandi emozioni. Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare molto, e di sicuro non sono queste le prime mura "ciclopiche" che mi è capitato di vedere. Tuttavia, rispetto perfino a quelle di Micene o Tirinto, le dimensioni colossali delle pietre accostate le une alle altre, tra le quali si fanno strada ciuffi d'erba, creano un senso di rispetto profondo ed una impressione di sacralità estremamente pronunciata: forse anche perché, nel caso di Alatri, sono state effettuate nel tempo svariate opere di consolidamento (l'ultimo restauro veramente importante del perimetro superiore ebbe luogo nel 1879 con l'utilizzo di pietre calcaree locali di dimensioni più piccole; e purtroppo è stato anche necessario ricorrere al cemento) e quindi è possibile percorrere il perimetro esterno delle mura essendone sovrastati completamente. Queste pietre - esternamente friabilissime, ma internamente molto dure, e quindi capaci di resistere alla sfida del tempo - ci parlano una lingua sconosciuta dall'architrave della Porta Minore (con i famosi Tre Falli, che furono danneggiati nel 1846 cercando di asportarli in occasione dell'annunciata visita del Pontefice Gregorio XVI per evitare di offenderne il pudore), fino all'ingresso monumentale della Porta Maggiore con la sua architrave il cui peso si calcola intorno alle 19 tonnellate, al bassorilievo con l'aquila che si staglia sul piazzale e guarda verso Est Chi furono i primi abitanti di Alatri? Perché fu scelto di posizionare l'Acropoli della nuova città proprio qui, in una situazione geografica non tra le più semplici? Da quando Gregorovius attirò l'attenzione dei suoi lettori su questa città le ipotesi si sono succedute con maggiore o minore fortuna, ma finora non è stata data una risposta definitiva. I "dolori" incominciano già dall'etimologia del nome: e se oggi si tende a pensare che il nome della città derivi dal latino Aletrium ricordato anche da Plauto mentre sarebbe ignota la denominazione preromana della città, non mancano ipotesi molto più esotiche, fino al "Pal-ati-ri" (ovvero, "la città che appartiene agli Ham, venuti da lontano" di De Cara, o al collegamento con il nome di "El-Edrei"(città preisraelitica ci rimanda un'ipotesi del Cardinale Tarquini nell'Ottocento, il cui significato sarebbe "la città il cui braccio è Dio"). La realtà preromana di questo luogo però oggi ci rinvia a complicati calcoli astronomici che sarebbero alla base della strana pianta poligonale dell'Acropoli, con il suo complicato orientamento - che gli appassionati possono approfondire chiedendo alla Pro-loco la guida di don Giuseppe Capone che contiene un interessante excursus su queste problematiche. Sarà, poi, che nel visitare la città, abbiamo avuto anche la fortuna di incontrare il direttore del Museo Civico (che si colloca in una stupenda casa-torre medievale, Palazzo Gottifredo), Dr Luca Attenni, che ci ha fatto ripercorrere la storia della riscoperta di Alatri attraverso lo sguardo dei cd. "viaggiatori di scoperta", cui è stata dedicata una bella mostra, e che da anni studia vari aspetti dell'archeologia locale, per cui dalle Mura Poligonali (che già nel 2009 erano stato oggetto di un importante convegno a Palazzo Conti-Gentili, altra perla cittadina) siamo stati proiettati al tempo degli Etruschi, attraverso la ricostruzione del Tempio che oggi è a Villa Giulia, ma di cui all'ingresso del Museo Civico esiste una bella riproduzione tridimensionale; e poi in epoca romana, con l'acquedotto Anio Vetus, il più antico acquedotto con dislivello in salita di cui abbiamo notizia. Tra l'altro, dopo che i Goti distrussero l'acquedotto, nel VI secolo, durante il loro cammino di conquista lungo la penisola italiana, Alatri - anche perla difficoltà dell'opera - restò priva di acqua fino al 1863, anno in cui papa Pio IX compì la propria promessa di riportare l'acqua in città. E questo episodio, con un salto temporale ardito, ci riporta all'attuale centro cittadino dove sulla splendida piazza Santa Maria Maggiore troviamo tutti insieme la fontana Pia (fatta costruire dagli abitanti per ringraziare appunto il Pontefice Pio IX per il nuovo acquedotto), il Palazzo Conti Gentili che ospitò la celebre scuola dei Padri Scolopi, la Chiesa degli Scolopi (oggi sconsacrata e utilizzata per mostre) e quel gioiello di arte medievale che è la Collegiata di Santa Maria Maggiore, contraddistinta dall'esterno da un rosone caratterizzato da un quadrato inscritto al suo interno, molto simile a raffigurazioni di rosoni riportate nel Livre de Portraiture di Villard de Honnecourt, e che viene ripreso di nuovo proprio ad Alatri, dal rosone della Chiesa di San Francesco. La Collegiata è forse la Chiesa più bella di Alatri: costruita nel V secolo e completamente trasformata da maestranze di formazione borgognona nel DueTrecento, ha una facciata cuspidata molto semplice ed elegante, ed architettonicamente si presenta molto unitaria ed omogenea - nonostante il rifacimento Seicentesco a seguito di un terremoto di grande intensità. L'interno ha subito una serie di trasformazioni più evidenti. Così, se l'endonartece all'ingresso fu aggiunto quando, nel Duecento, fu data alla facciata la sistemazione attuale, ai lati delle navate laterali si individuano delle cappelle, che costituiscono la parte architettonicamente più recente della Chiesa (aggiunte nel Settecento e Ottocento). Ma all'interno possiamo anche trovare alcune opere di scultura di grande rilievo e bellezza: ad esempio immediatamente a sinistra dell'entrata, il gruppo ligneo della cd. Madonna di Costantinopoli. Dovuta ad un ignoto artista laziale, di chiara ispirazione bizantina, si tratta di un'opera molto raffinata e di grande bellezza. La Vergine, ritratta in posizione ieratica, ma con una grande intensità di espressione, oltre a reggere il bambino, tiene nella mano sinistra un uovo, simbolo di vita e resurrezione. Il Bambino, invece, tiene un rotolo della legge, richiamo alla Parola, e simbolo dell'autorità divina. Questo gruppo ligneo è contornato da due pannelli laterali con bassorilievi policromi che raffigurano episodi della vita della Madonna, dall'Annunciazione fino alla Dormizione - momento che ha sempre attirato l'attenzione degli artisti di impronta orientale. Incontriamo poi il Trittico del Redentore, un'opera che si deve al pennello di Antonia da Alatri, che raffigura il Cristo Salvatore del Mondo, circondato ai lati da una Vergine col Bambino, e da un San Sebastiano. (Tra l'altro, San Sebastiano è molto presente in tutto il Lazio). Importantissima infine è la Madonna della Libera, che nel XIX secolo fu spostata dalla semicolonna della navata centrale su cui si trovava, per essere collocata nella sua sede attuale. Questa Madonna è raffigurata con la croce impressa sul palmo e, di solito, anche sul collo, ed è oggetto di una forte devozione locale. Uscendo dalla Collegiata, e proseguendo sulla strada che la costeggia a sinistra, si giunge poi al chiostro di San Francesco, che ci riserva una nuova sorpresa; qui, infatti, nel 1996, è stato riportato casualmente alla luce nel corso di lavori di ristrutturazione, un misterioso e grande "Cristo nel labirinto" di cui si ignora praticamente tutto. Non ce n'è alcun altro uguale in tutto il mondo. L'affresco, attualmente in corso di restauro ad opera della ditta Salvati, raffigura una figura intera del Cristo circondato da un labirinto composto da 12 cerchi concentrici neri ed altrettanti bianchi. L'affresco è collocato su una parete che si trova isolata da una sorta di intercapedine in quello che oggi appare come uno stretto corridoio al quale non esisteva più alcuna via di accesso; quasi che si volesse cancellare per sempre la memoria dell'affresco. Si trattava dunque di un'opera di origine eretica? Oppure era collegata alla presenza templare, ben nota nell'area? Il labirinto costituisce di per sé un'immagine di ascendenza orientale, di cui però il cristianesimo si appropriò quasi subito. E le grandi cattedrali gotiche dell'Europa del Nord ce ne mostrano a bizzeffe, nella decorazione di pavimenti con l'intento di raffigurare il "cammino gerosolimitano", ossia il percorso di purificazione che sfociò nei pellegrinaggi a Oriente e comunque indice di cammino di purificazione spirituale e di espiazione. Di solito, al centro di questi labirinti simbolici, però si trovavano solo simboli della fede (ad esempio, il triangolo, l'occhio, il pesce, il Tau, la rosa esalobata, etc etc). Non ad Alatri. Qui, al centro, c'è il Cristo stesso, raffigurato con la barba, avvolto in un manto dorato, che con una mano regge un libro chiuso, e con l'altra mano indica la via che porta fuori del labirinto, che è 'unicursale": ovvero possiede una sola entrata e una sola uscita. Secondo alcune ricerche ancora da verificare, la pianta del labirinto di Alatri coinciderebbe con quella del Labirinto della Cattedrale di Chartres, nonché con quella del Labirinto di Lucca (Catterale di San Martino). Sulla prosecuzione della parete poi si trovano altri affreschi: spirali, triplici circonferenze, stelle, nonché il cd Fiore della vita. Il lavoro di restauro del tutto è particolarmente complicato, e le piccole dimensioni dell'ambiente lo rendono ancora più difficile. Dopo un importante lavoro di consolidamento, adesso il restauro sta procedendo con grande attenzione, a cura della Sovrintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio. Dunque le ipotesi sulla committenza di quest'opera sono ancora tutte aperte, anche se l'ipotesi dei Templari gode di un certo favore, e spiegherebbe come mai si sia cercato ad un certo momento di nascondere del tutto l'esistenza dell'opera. Ma chi ha nascosto l'affresco, viene da pensare, non voleva affatto distruggerlo: anzi ha operato in modo di preservarlo attraverso i secoli, e farlo giungere fino a noi. C'è poi ancora un'altra realtà importantissima ad Alatri, di cui ci riserviamo di scrivere a parte: quella del miracolo eucaristico avvenuto nel 1228 e che, insieme con i più noti fatti miracolosi accaduti a Bolsena, Lanciano e Siena, costituisce uno dei miracoli eucaristici considerati più importanti dalla Chiesa cattolica, e che fu ufficializzato da Papa Gregorio IX con la sua Bolla "Fraternitas Tuae" (13 marzo 1228). Quanto resta dell'Ostia incarnata di Alatri, è oggi conservato gelosamente in un reliquiario nella Cattedrale di San Paolo, l'unico edificio che, insieme con l'Arcivescovado, si erge oggi sull'Acropoli. Si chiude così, tra le grandi Mura, ma ancora nel segno di Cristo, un itinerario appassionante: dal reliquiario in Cattedrale, e dalla parete del Chiostro di San Francesco, oggi che è tornato alla luce, Cristo ci lancia di nuovo e sempre da Alatri il suo messaggio di amore e di pace.
L'Opinione delle libertà
1 Dicembre 2011
LAZIO - La città di Alatri dalle mura megalitiche al Cristo nel Labirinto
MA
Maria Antonietta Fontana
L'Opinione delle libertà
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Bene culturale
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