Almeno dall'età di Giotto, i nostri padri hanno tenacemente voluto lasciare ai posteri alcuni segni visibili della loro epoca. E se Firenze è quel che è, lo dobbiamo anche a questo radicatissimo desiderio di non morire del tutto, e di voler sopravvivere (oltre che nell'aldilà) anche nella forma dei luoghi che oggi accolgono la nostra vita quotidiana. Questo traguardo di civiltà non si sarebbe potuto raggiungere se l'interesse privato non fosse stato, in alcuni casi, sottoposto a quello pubblico. Quando ed era il 1602 il granduca proibì che i collezionisti privati esportassero da Firenze i quadri di alcuni importanti pittori, scrisse nel bando che lo faceva perché «la città non ne perda l'ornamento, e li gentilomini e l'universale ne conservino la reputazione». La memoria era dunque un bene 'universale': un bene comune, diremmo oggi. Ebbene, cosa rimarrà della Firenze del Novecento? Solo il degrado delle periferie, o anche qualche testimonianza capace di far serie per ethos e qualità formale con quelle dei secoli precedenti? Uno dei più straordinari documenti architettonici del secolo scorso è il salone della sede centrale della Cassa di Risparmio in Via Bufalini, progettato da Giovanni Michelucci e realizzato tra il 1954 ed il 1957. Non si tratta di un luogo qualunque: il 'mago' Michelucci ha pensato e disegnato ogni dettaglio di quell'interno (dalle luci alle sedie, financo scegliendo le venature del legno con cui rivestire il lunghissimo bancone delle operazioni bancarie), vegliandone l'esecuzione come un artigiano innamorato della materia e delle forme. E, nonostante alcune modifiche, fino ad oggi tutto questo esiste ancora. Ma proprio in questi giorni in quel salone fervono lavori che ce lo restituiranno profondamente ed indelebilmente alterato: come dimostrano le fotografie qui pubblicate, il grande bancone (cioè l'anima stessa del salone) è stato tagliato in tre tronconi, snaturando il progetto di Michelucci. Il salone è di proprietà dell'Ente Cassa di Risparmio, che lo affitta alla Cassa, la quale oggi è controllata da Banca Intesa: ed è proprio quest'ultima ad aver voluto adeguare la sala alle esigenze della vita attuale di un'agenzia bancaria. Quando la Soprintendenza architettonica di Firenze si è trovata di fronte alla determinazione a stravolgere profondamente quel luogo, aveva due possibilità: apporre un vincolo (motivato dall'unicità storica e artistica di un ecosistema formale come quello), o aprire una trattativa. Nel timore di conseguenze peggiori (l'alienazione, o l'abbandono dei locali) è stata scelta la seconda strada, coinvolgendo la Fondazione Michelucci e pervenendo, infine, ad un accordo che ha portato a quello che si potrebbe definire un 'danno sostenibile': far sopravvivere l'organismo del Salone, ma a prezzo di permettere che venisse mutilato. Gli interrogativi suscitati da questo episodio non sono pochi, né irrilevanti. I primi sono legati alla nuova fase attraversata dalla Cassa. Il fatto che il centro decisionale non sia più fiorentino ha portato ad una scollatura difficilmente immaginabile fino a pochissimo tempo fa. Era impensabile che un dirigente della vecchia Cassa sacrificasse un luogo simbolo come il Salone ad una astratta standardizzazione dell'attività bancaria: e uno dei compiti del nuovo consiglio guidato da Jacopo Mazzei sarà proprio quello di trasmettere memoria civile, gerarchia dei valori e identità a chi non conosce questa storia. Più in generale, viene da chiedersi se la sensibilità culturale di coloro che si propongono come i 'nuovi mecenati' non debba indurli innanzitutto a tutelare i loro stessi beni simbolici. I secondi interrogativi riguardano l'azione della Soprintendenza. Il celebre sindaco di Milano Pietro Bucalossi (che era toscano) parlava con amara ironia del 'rito ambrosiano' per cui la Soprintendenza di Milano non faceva mai valere i limiti della legge, ma preferiva concertare le scelte urbanistiche con la politica e con la lobby edilizia: con il risultato di uno smodato e perverso consumo del suolo cittadino, e di un perenne squilibrio a favore degli interessi privati e a sfavore di quelli della collettività e del futuro. Dobbiamo essere gratissimi alla Soprintendenza architettonica di Firenze per il duro e impopolare lavoro quotidiano che porta avanti in condizioni critiche di mancanza di personale, di risorse e di delegittimazione sociale. Ma io credo che l'apposizione di un vincolo al salone di Michelucci avrebbe aperto una proficua discussione pubblica, e messo la proprietà di fronte alle sue responsabilità, magari attivando una sana dialettica tra l'Ente Cassa e Banca Intesa. L'obiettivo primario era quello di contemperare le esigenze della tutela (e cioè della memoria: del futuro, per intenderci, e non del passato) con quelle dell'uso del bene (cioè di una memoria viva e attiva, non musealizzata e inerte). Ebbene: sarebbe stato possibile adattare il format del lavoro di Banca Intesa alle forme di Michelucci, invece che fare il contrario? Oso pensare che non fosse impossibile: magari applicando un po' di quella flessibilità che proprio il mondo del mercato ha eletto a sua cifra simbolica. E suppongo che se questo dibattito si fosse svolto in pubblico, una simile soluzione sarebbe stata ancora più raggiungibile. Ma se, comunque, si fosse capito che tutela e uso non sarebbero stati conciliabili, quale avrebbe dovuto prevalere? La musealizzazione è sempre una sconfitta, perché separa lo spazio della vita e lo spazio dell'arte, facendo perdere a quest'ultima ogni funzione che non sia estetica, e relegandola in una splendida superfluità. Ma la musealizzazione di un'opera è pur sempre un male minore, rispetto ad una sua distruzione, parziale o totale. E vedere il salone di Michelucci trasformato in un museo sarebbe stato triste, certo: ma meno triste che vederlo violato. Gli interrogativi finali riguardano la nostra città, dalla sua classe dirigente all'opinione pubblica. Se la Soprintendenza avesse imboccato la strada del vincolo, quali sarebbero state le reazioni? Si sarebbe davvero aperto un dibattito? E avrebbero prevalso le ragioni del futuro, o gli interessi del presente? Il Comune avrebbe fatto sentire la sua voce, e in che direzione? Ci saremmo sentiti custodi, o 'padroni in casa nostra'? Saremmo riusciti a tenere in equilibrio il dono unico che Michelucci ci ha fatto e l'efficienza dello scambio bancario, trovando una soluzione complessa, all'altezza della nostra storia? In sintesi, la questione che questa pagina non entusiasmante della nostra storia solleva è la seguente: abbiamo ancora gli strumenti morali e culturali ancor prima che economici per perpetuare la nostra altissima tradizione di civiltà? Tomaso Montanari