Beni culturali minacciati. La Cappella degli Scrovegni con i suoi affreschi è uno dei capolavori del Trecento Tornato agli antichi splendori nel 2002 grazie ai tecnici guidati da Giuseppe Basile è circondato da un giardino che rischia di allagarsi a ogni ondata di maltempo Lo straordinario tesoro di Padova combatte contro piogge e umidità Le rilevazioni dell'Istituto centrale per il restauro rassicurano: la situazione è stabile e sotto controllo. Ma con questo segnale la natura ci avverte che l'equilibrio si è rotto, che il terreno non assorbe più, che non si può continuare a cementificare Se un viaggiatore d'arte appassionato di Giotto e del Trecento, in un tardo pomeriggio di autunno (facciamo lo scorso 16 novembre, era un mercoledì) si fosse trovato a passare per i Giardini dell'Arena di Padova, avrebbe potuto sperimentare di persona tutta la precarietà dei beni culturali italiani. Nonostante le migliori intenzioni, nonostante i grandi investimenti, nonostante l'impegno di ricercatori eccellenti. Era bastata così una pioggia abbondante ma non eccezionale (pochi giorni più tardi Genova avrebbe sperimentato qualcosa di ben più tragico) e il parco cittadino che circonda la Cappella degli Scrovegni con il suo ciclo di affreschi unico al mondo (novecento metri di superficie divisi in 103 riquadri con gli episodi delle vite di Gioacchino e Anna, di Maria, di Cristo più Giudizio universale e allegorie dei Vizi e delle Virtù) si era trasformato letteralmente in un pantano (d'altra parte a Milano, alla Pinacoteca di Brera, pochi mesi prima, era quasi piovuto sullo Sposalizio della Vergine di Raffaello). L'instabilità da sempre caratterizza i beni artistici italiani. Basterebbe pensare all'assalto continuo dei visitatori che mette a rischio il fragile equilibrio del cinquecentesco giardino di Bomarzo (Viterbo) con i suoi incredibili mostri di pietra. O ai mitici Bronzi di Riace prima baciati da un successo quasi universale e oggi praticamente dimenticati nel Museo Nazionale di Reggio Calabria. E non fa eccezione a questa regola neppure il contenitore fatto erigere dal ricco sfregiato, il pianto delle madri nella Strage degli Innocenti, le ciglia di san Giovanni Battista banchiere Enrico degli Scrovegni (Dante avrebbe piazzato il padre nel girone degli usurai): un'architettura molto semplice, un'aula rettangolare con volta a botte, un'elegante trifora gotica in facciata, alte e strette finestre sulla parete sud, un'abside poi sopraelevata per creare la cella campanaria. Uno spazio destinato ad accogliere un affresco mastodontico che Giotto aveva concluso in soli 850 giorni, tra il 1303 e il 1305 (a Giovanni Pisano il banchiere avrebbe invece commissionato tre statue d'altare in marmo, una Madonna con bambino più due diaconi). Il Comune aveva poi acquistato la Cappella nel 1881 salvandola dall'incuria dei proprietari venuti dopo gli Scrovegni che avevano fatto crollare il portico sulla facciata e il palazzo, lasciando la cappella (affreschi compresi) priva di ogni protezione. I ristagni d'acqua nei giardini e nel fossato attorno alla cappella si replicano a ogni acquazzone. «Con questo segnale assicura Ferdinando De Simone, l'ingegnere che ha fatto della salvaguardia della Cappella degli Scrovegni quasi un impegno di vita la natura ci avverte che l'equilibrio si è rotto, che il terreno non assorbe più, che non si può continuare a cementificare attorno alla cappella». In particolare De Simone si riferisce alla realizzazione di un megaparcheggio sotterraneo (collegato al nuovo auditorium e a una serie di lottizzazioni) che avrebbe danneggiato non soltanto le falde acquifere cittadine ma anche la stessa stabilità della Cappella esponendola, prima di tutto, al rischio umidità. La soluzione? «Bloccare tutti i lavori. Costruire trincee e diaframmi che isolino dall'acqua tutta la zona museale. Sono vent'anni che lo dico. Ma, in caso di pioggia, bisogna fare sempre grande attenzione all'acqua che si deposita sugli ombrelli e sui vestiti di chi entra aumentando il livello generale di umidità». Per ora il rischio di danneggiamento degli affreschi di Giotto appare comunque scongiurato: «Polvere e pochi solfati in controfacciata, situazione stabile e sotto controllo» così hanno definito la situazione i tecnici dell'Istituto centrale per il Restauro (1'Icr) che appena la scorsa settimana hanno compiuto una ricognizione approfondita (con tanto di chiusura forzata della Cappella ai visitatori) sullo stato degli affreschi. Certo un buon sintomo considerato che proprio «i solfati avevano a suo tempo smorzato il rilievo e il colore delle immagini di Giotto mantenendo attivo il degrado». Perché la storia degli Scrovegni (194 mila visitatori nei primi dieci mesi del 2011, 234 mila considerando l'intero complesso degli Eremitani, al 28esimo posto tra i luoghi d'arte più visti d'Italia) rimane prima di tutto una bella storia, che va ben oltre le pozzanghere dei Giardini dell'Arena. Una storia simbolo, con quella del Cenacolo di Leonardo (che però non è un affresco ma un dipinto ad olio), di «un nuovo modo di fare restauro» come la definisce Roberto Cecchi, segretario generale del ministero per i beni e le attività culturali: quello delle «piccole trappole capaci di risolvere i danni passo dopo passo», qualcosa di completamente diverso rispetto ai monumentali interventi (sponsorizzati da multinazionali giapponesi) sulla Cappella Sistina. Un intervento da 1,9 milioni di euro concluso in otto mesi (ma «frutto di vent'anni di ricerche») dai duecento tecnici dell'équipe guidata da Giuseppe Basile. All'inaugurazione, il 18 marzo 2002, c'erano tutti: il presidente della Repubblica Ciampi, il ministro Urbani (grande sostenitore del progetto), il sindaco Giustina Destro. Ed esperti come Vittorio Sgarbi che (oltre ad aver paragonato il professor Basile al Gioacchino raffigurato in quelle storie) aveva parlato di Giotto, per la sua capacità immaginifica, come dello «Spielberg del suo tempo». Gli ultimi controlli, dunque, rassicurano. Confermando l'eccellenza e la tenuta di quel restauro (ormai quasi decennale) che ha consolidato l'intonaco, cancellato i danni dell'umidità dell'inquinamento e dei precedenti interventi permettendo di scoprire la qualità dell'azzurro della volta celeste o certi «particolari nascosti» (come il diavolo sfregiato, le lacrime delle madri raffigurate nella Strage degli Innocenti, le ciglia lunghissime degne di un efebo di san Giovanni Battista, la veste sdrucita dei soldati). All'epoca c'era stato chi come James Beck e gli esperti di Art Watch aveva parlato di interventi inopportuni, ma oggi sembrano profetiche le parole di Basile: «So di aver agito in maniera rispettosa, senza violentare gli affreschi, gli unici interventi forti sono stati nei punti compromessi. Queste accuse sono solo un modo per non far capire all'estero il valore dei restauratori italiani». Anche grazie a loro, alla loro passione e alla loro eccellenza, i visitatori appassionati d'arte e di Giotto continuano ad aspettare pazientemente in fila davanti all'ingresso della Cappella (obbligo di prenotazione, venticinque persone per volta per dieci minuti). E Padova può festeggiare il debutto, fissato per il 6 dicembre, degli Scrovegni all'Ermitage. Non di tutto il ciclo giottesco, certo, ma della pala raffigurante L'Eterno Padre mentre assegna all'Arcangelo Gabriele il compito dell'Annunciazione. La scelta di una opera proveniente dalla Cappella non è casuale, spiegano gli organizzatori, perché proprio sul destino degli affreschi di Giotto (umidità e restauro compresi) sarà centrata la collaborazione fra le istituzioni patavine e quelle russe: studi, ricerche, restauri e progetti condivisi che vedranno anche il coinvolgimento di Novgorod, città celebre (appunto) per le sue pitture murali. Ma la Cappella degli Scrovegni vuol dire ancora dell'altro: la possibilità di sperimentare e utilizzare con successo l'alternativa virtuale come strumento di conoscenza e valorizzazione di beni culturali a rischio o comunque di difficile fruibilità. La ricostruzione delle storie di Giotto visibile sul sito (www.cappelladegliscrovegni.it) è stata una delle prime in Italia, un vero e proprio «inizio di percorso» che ha portato Basile a proporre (in un volume pubblicato da Silvana Editoriale) un ipotetico confronto tra il recupero materiale e quello virtuale, coinvolgendo ancora una volta Giotto, stavolta quello delle Storie Francescane affrescate sulla volta della Basilica Superiore di Assisi e andate perdute nel terremoto del 1997. «Negli anni Sessanta la Cappella di Giotto ha subito un restauro tiene a precisare ancora De Simone durante il quale le capriate in legno sono state sostituite da strutture in acciaio, e i vecchi cordoli, anch'essi in legno, da pesanti e rigidi cordoli in cemento armato. Queste sostituzioni potrebbero rivelarsi pericolose per gli Scrovegni, quantomeno in caso di terremoto. Federico Zeri lo aveva evidenziato proprio dopo il crollo nella Basilica di San Francesco ad Assisi». Ma più che con il terremoto il viaggiatore d'arte, appassionato di Giotto e del Trecento, che si fosse avventurato nei Giardini dell'Arena, dovrà ancora confrontarsi più facilmente con la debolezza dei nostri beni culturali, che non è talvolta una debolezza fisica ma piuttosto sociale (fino a qualche tempo era di fatto impossibile o quasi avvicinarsi senza pericolo alla Cattedrale di San Nicola a Bari o all'Oratorio di san Lorenzo di Palermo da cui a suo tempo era stata rubata la Natività del Caravaggio). Perché in quel parco pubblico cittadino inserito nel tessuto urbano storico, tra corso Garibaldi a via Porciglia, tra il Tronco Maestro del Bacchiglione e le mura cittadine, abitualmente staziona un'area di piccola delinquenza (soprattutto spacciatori e ricettatori, in particolare di biciclette). E certo questa non è davvero una bella storia, degna di fare da contorno agli angeli (addolorati e bellissimi) di Giotto e all'azzurro irripetibile della volta degli Scrovegni