Il ministro Ornaghi a Venezia: «Molte cose nella storia sono state fatte nei tempi bui. Io seguo un metodo: studio e poi ascolto. Il privato non è antitesi del pubblico. Se Baratta resta? Sentirò le istituzioni e deciderò» VENEZIA. La sua parola d'ordine è valorizzare quell'enorme giacimento che è il patrimonio culturale nazionale per farlo diventare il motore di una nuova ripresa. Valorizzare non nel senso burocratico del termine, che significa vendere o privatizzare spesso a prezzo vile, ma utilizzare i beni per produrre altra cultura. Lorenzo Ornaghi è ministro da poco più di una settimana, e il caso ha voluto che ieri si trovasse a Venezia per partecipare ad un convegno internazionale cui aveva aderito mesi fa: i Dialoghi tra cultura e mercato organizzati nell'ambito del Salone europeo della cultura al Telecom future centre di Venezia. L'occasione ha creato i presupposti per un incontro con il sindaco Giorgio Orsoni nella mattinata e, nel pomeriggio, dopo uno spuntino all'Harry's bar, una visita alla Biennale accompagnato dal presidente Paolo Baratta e dai suoi collaboratori. Venezia, proprio la città che con il ministero della Cultura ha un lungo conto aperto, a cominciare dalla presidenza della Biennale, proseguendo per il nuovo palazzo del Cinema e terminando con i tagli a tutto, compreso il bilancio del teatro La Fenice. C'è stato spazio anche per un annuncio: l'Arsenale potrebbe ospitare nelle ex sale d'armi spazi permanenti per sette padiglioni stranieri. «Venezia - ha osservato Ornaghi - è una delle realtà più importanti del Paese dal punto di vista storico e artistico. La questione delle risorse sicuramente è cruciale per un ministero che è stato a lungo anche penalizzato o privato di soldi ma non può diventare l'unica questione. Occorre a questo punto cercare se sarà possibile, fare in modo che i beni culturali siano realtà sicuramente da conservare - nel senso più bello del termine - ma che siano anche elemento di produzione culturale: attraverso i beni culturali bisogna provare a fare cultura. Lo dico perché la cultura è una delle vie di uscita da questa situazione. Tutte le epoche hanno luci e ombre. Cerchiamo in un tempo buio come questo, per certi aspetti, le fiammelle di speranza guardando più al domani che al passato». Il "professore" (dal 2002 è stato rettore dell'Università cattolica del Sacro Cuore di Milano) ha mostrato di avere non solo le idee chiare, ma anche un suo metodo per arrivare alle decisioni. «È quello che ho imparato all'università. Prima si studia, si ascolta e si cerca di capire. Le decisioni si devono prendere sentendo non solo le persone interessate alla questione, ma anche quelle che hanno idee: e poi si decide». Tutto questo però cozza contro la scarsità di fondi pubblici sia per la conservazione del patrimonio culturale che per la produzione vera e propria. «Credo che molte cose nella storia siano state fatte proprio in tempio bui. Le cose grandi in Lombardia, ad esempio, sono state fatte grazie a parecchie donazioni e sono passate anche loro alla storia. Dire che "entra" il privato non è una novità e non deve essere considerato nemmeno in antitesi con il pubblico. Saremmo fermi a metà del Novecento se pensassimo alla contrapposizione privato-pubblico in questo modo». Dal Governo Monti il Paese aspetta un segnale di cambiamento. «Se in questa fase difficile si riesce a riparlare con le persone, con i cittadini dicendo loro "stiamo facendo delle cose assieme perché servono a tutti" mi pare già un segnale».La Biennale si appresta a chiudere oggi l'edizione dei record non solo di presenze ma anche di importanza a livello internazionale. Il rilievo della Biennale in campo internazionale credo sia sotto gli occhi di tutti. E una delle fondazioni culturali più rilevanti nel sistema globale e non può che essere guardata con grandissima attenzione». Il "metodo" di lavoro descritto poco sopra porterebbe a far capire che il ministro sia intenzionato a riconfermare Paolo Baratta alla presidenza. «Esistono dati oggettivi e quindi buoni movimenti in tutti questi anni, che sono stato invitato anche da autorevoli esponenti a prenderli in considerazione. Come metodo credo che sia anche opportuno raccogliere le valutazioni delle istituzioni più interessate e dunque quelle territoriali e, non appena chiusa la raccolta delle valutazioni degli enti territoriali e forte delle valutazioni già apparse sui quotidiani, sentirò le commissioni. A brevissimo vedrò l'attuale presidente e sulla base di quello che è maturato prenderò una decisione». In quale senso, è ancora prematuro, pare di capire. «Credo che i dati oggettivi siano positivi, ma è importante affermare un metodo preciso. Se le decisioni vengono strattonate poi si lasciano dietro un po' di imperfezione. Penso che il buon governo abbia necessità di produrre buoni risultati, ma con il metodo il più adeguato possibile. Definito il metodo, saremo in grado di dare in tempi brevissimi la decisione più coerente». Cosa farà con gli enti lirici? «Ci fermiamo qui...».