Siamo a una svolta, o è un nuovo tormentone? Il neoministro Lorenzo Ornaghi, insediato al dicastero dei beni e Attività Culturali (se non altro, finalmente una persona presentabile e dotata di competenze) ha dichiarato sabato a Venezia «i beni culturali elemento di produzione», affermato che «bisogna ricominciar a fare cultura» e sostenuto che ciò sarebbe una delle vie necessarie per uscire dalla crisi. Dichiarazione d'intenti seria e responsabile, o solo "parole di ministro"? Qualche dubbio c'è. Anzitutto la sua stessa dichiarazione successiva a questa, che cioè esista il problema della «crucialità delle risorse». Constatazione lapalissiana o preludio all'ormai déjà entendu "Bambole, non c'è una lira"? Ricordiamo molto bene le massime veltroniane: «La cultura è il petrolio di questo Paese», o meglio ancora «I musei sono la General Motors italiana». Parole d'oro. Alle quali non fece seguito nulla o quasi. Ma ora, a Ornaghi, a parte le necessità di copione connesse al suo ruolo, chi glielo fa fare di uscire con frasi che in un Paese serio sarebbero pesanti come pietre proprio adesso che stiamo per affrontare una crisi dalle dimensioni enormi e dalle conseguenze imprevedibili? Comunque, la novità c'è. Mesi fa, uno dei ministri che pure era tra i più seri e qualificati del governo Berlusconi ci raggelò con una cinica e sfortunata battuta sulla "cultura che non si mangia" Ora, Ornaghi sostiene il contrario: aggiunge tuttavia che la cultura è una pianta commestibile e nutriente, ma per aver a disposizione un cibo del genere bisogna seminare, innaffiare e concimare. In altre parole, investire. Ma noi italiani abbiamo pia di ogni altro popolo del mondo sotto gli occhi l'evidenza di quanto possano fruttare i beni culturali. Anche così, abbandonati e disprezzati, rendono letteralmente ricche molte tra le nostre città d'arte e buona pane del nostro territorio, con i suoi monumenti e il suo paesaggio. Ma sappiamo bene che bisognerebbe far più e meglio. E' idiota obiettare che i musei e le gallerie (e ancor più i teatri e le manifestazioni culturali in genere) "non rendono abbastanza", "non riescono nemmeno a pagare se stessi". Anche Louvre e National Gallery sono in passivo, se ci si limita a considerare i guadagni diretti: ma prestigio internazionale a parte danno vita a un indotto immenso del quale godono alberghi, ristoranti, esercenti e servizi. Tutta Firenze vive sugli Uffizi, anche se molti sembrano non rendersene conto: lo stesso vale per Venezia e l'Accademia, Roma e i Musei Vaticani e via dicendo. Investendoci sopra, i profitti andrebbero alle stelle. E con ciò si parla solo dei beni. Ma la scommessa autentica sono le attività culturali. Certo, lì ci vogliono discernimento serio e selezione rigorosa. Ci vogliono una buona preparazione, una scuola qualificata (penso agli istituti a indirizzo turistico e artistico, ai conservatori, alle molte botteghe d'arte spesso autofinanziate), un'attività di serrato coordinamento tra governo, enti locali e agenzie turistiche. Ci vuole un efficace sostegno informativo. Occorrono serrate riqualificazione e rieducazione, tanto dei cittadini quanto dei turisti. Se il Maggio fiorentino o le stagioni di teatro classico di Siracusa e Taormina, le grandi mostre, le mostre-mercato (dall'editoria all'artigianato), certi grandi eventi cittadini (penso al Calendimaggio di Assisi e a tante altre manifestazioni del genere) non sono altrettante Woodstock, la colpa è nostra e solo nostra. Certo, non ci si può aspettare una ricaduta immediata e diretta. Bisogna investire, appunto: il che richiede tempo, un po' di coraggio e un calcolo degli utili a 360 gradi. Infine, in tempi di crisi incrementare la propria cultura può diventare una piacevole e proficua attività sostitutiva rispetto alle vacanze alle Mauritius, costose e cretine. E se la crisi, sotto certi aspetti, fosse al pari del digiuno - perfino salutare?