Malato della sindrome dell'«inconsapevolezza» - e non solo per inseguire il PiI - al Veneto serve un salutare attacco di Bil. Consapevolezza del Bil ovvero dello sviluppo della Bellezza interna lorda, acronimo che dovrebbe diventare la pietra angolare dell'architettura futura di una regione che può vantare, senza muovere un passo, una pressochè ineguagliabile forma di ricchezza da coltivare al tempo dei mercati interni depressi e dell'impresa di chi con disperata tenacia deve individuare i nuovi scenari dell'economia e delle sue sostenibilità. Se l'Italia è la culla dei Beni culturali, il Veneto dei cinquanta milioni di turisti nei soli primi otto mesi dell'anno - record assoluto da quando esistono le statistiche - è uno degli ombelichi di un mondo che nella sua decadenza politico-finanziaria (l'Italia, l'Europa) è seduto sopra un tesoro del quale non vogliamo o non sappiamo accorgerci. Non è la prima volta che lo scriviamo ma il sottolinearlo nel giorno in cui arriva nella nostra regione il neo ministro alla Cultura del governo Monti è il minimo che si possa fare non solo per proporre una suggestione alla collettività che su questo tesoro è seduta ma per sollecitare le meningi della trasversalità dei soggetti investiti da un dovere di improrogabile progettualità. Mare, laghi, montagne, città d'arte, civiltà della villa e civiltà della pittura, la rivoluzione di Giotto e il mistero di Giorgione, il genio esportato di Palladio e Canova, il colore delle Dolomiti e lo struggimento delle lagune, il miracolo dell'infinita Venezia e la serena bellezza dell'autarchica Verona, i castelli medievali e il rinascimento in 313, delle perle di Serravalle e Feltre, il microcosmo da piccolo borgo di Portobuffolè e la collina toscana di Asolo o del Soligo, il mondo navigabile della Riviera del Brenta e il «guttusiano» mercato del pesce di Chioggia, i grandi teatri e le arene della musica, la meraviglia che come una mano spalancata dischiude il Delta del Po, la civiltà sempre più strategica del bere e del cibo che infilata nella tradizione sta conquistando - giovane e innovativa - i palati e i traguardi della modernità. Vero, ci siamo fatti del male per farci del bene. E abbiamo costruito, in mezzo a tutte queste civiltà, la nostra, quella dei capannoni. Lo abbiamo fatto per rinascere, per uscire dalla miseria che ha partorito i milioni di addii dei veneti che per non morire hanno cercato altri mondi. Lo abbiamo fatto uccidendo e rimuovendo la dolorosa e straordinaria civiltà contadina da cui veniamo. Una forza antropologica ci ha risollevati e abbiamo costruito, centinaia d'anni dopo la Repubblica della Serenissima, la Repubblica dell'Impresa fatta di braccia e meningi, fatica e genio, terra e acqua, dna di Palladio e Marco Polo, scienza e filò, mercanti e fabbriche, verbo fare e viaggiare quasi sempre senza chiedere. Ora, se una parte della scommessa del Veneto è ancora quella nella forza genetica di una classe di imprenditori che a colpi di «nuovo» cercano di ripetere quotidianamente il miracolo del Pil (imprenditori stretti fra la tentazione di una deprecabile e immorale delocalizzazione e una virtuosa internazionalizzazione), l'altra via che ci salverà è quella, appunto, della Bellezza. Da tutelare, innanzitutto, con tutte le forme di salvaguardia monumentale e paesaggistica che difendano e sottraggano al buio il nostro tesoro, lo facciano riemergere e brillare della sua lucentezza, lo preservino come l'acqua e il cuore, i sensi e le arterie, i centri nervosi e persino i riflessi involontari. LA STRAORDINARIA CHANCE DELLA REPUBBLICA DELLA BELLEZZA ai Una Repubblica della Bellezza da valorizzare con la strutturazione di un maxi-distretto della immaterialità dove se il grande capitale sociale è gratuito serve la visione che ci faccia fare il salto. Un'economia leggera ed «ecologica» da affermare con la politica delle reti, dei musei sempre aperti, dei centri storici abbandonati da far rivivere come «ipermercati del bello» favorendo (ma non solo) la politica delle grandi mostre. O con la politica perfino basica di una toponomastica che informi i turisti (ma per primi noi stessi, che spesi ' )dll' ' d' mergersi la stessa società civile nei modi e nelle forme della consapevolezza e del rispetto di questo grande patrimonio ma per il quale sono chiamati a fissare i tempi tutti coloro che possono e devono «decidere». Una visione che va condivisa da produttori e classe politica regionale, università e sindaci, fondazioni e mass media. Una visione che presuppone una regìa finora mancata o ancora insufficiente e che superando il policentrismo e l'anarco-produttivismo che hanno rappresentanto assieme il meglio e il peggio della nostra storia anche recente, sappia sostenere il so o ignoriamo e l'esistenza dei millanta tesori che l'abutidine a non considerarli ci fa sparire da sotto il naso. Maestri, in questo, sono i francesi, dalla ricchezza inversamente proporzionale alla loro grandeur ma abilissimi ad indicare ad esempio, lungo le autostrade del sud, qualsiasi simil-presenza storica che impallidirebbe di fronte alla maggioranza dei nostri siti, delle nostre città, delle nostre bellezze naturali. Per non parlare del nodo del marketing della nostra Bellezza. Se il mito di Venezia si vende da solo e quello di Verona lo insegue nell'orgoglio della sua forza attrattiva, c'è tutto un Veneto delle città e dei borghi da dischiudere e da «vendere» al mercato del turismo che sempre più alimenteranno le nuove e poderose classi medie dei Paesi emergenti. E' un passaggio culturale, prima ancora che imprenditoriale. Nel quale la politica e le classi dirigenti di questa regione possono e devono recitare un ruolo fondamentale. Un passaggio nel quale deve im- a gran e s i a e la «Repubblica della Bellezza». Venezia e il Veneto hanno una grande chance, soprattutto in vista della forte rivendicazione del ruolo di Capitale della Cultura 2019, appuntamento apparentemente molto lontano ma già prossimo per l'elaborazione delle dinamiche di avvicinamento all'agguerrita competizione con altre città e territori. Un Veneto Capitale della Cultura, oltre a smentire un logoro luogo comune che più o meno strumentalmente è stato cucito addosso alla «civiltà degli schei», potrebbe indicare a tutta l'Italia - in testa a quella che non riesce a raddrizzare la metafora delle nostre incapacità che sopravvive nella distruzione e nel fallimento del tesoro di Pompei - la strada giusta per esaltare la propria specificità e trovare lo sbocco ad una crisi dalla quale si salva chi meglio e per primo sa cogliere le nuove straordinarie opportunità.