Terreni sottratti all'agricoltura per costruire. Così il paesaggio si ammala e fa ammalare. Parla lo psicologo Roberto Mazza, autore di una ricerca sui danni sociali prodotti dell'urbanistica 161 ettari al giorno in Italia vengono coperti dal mattone: per rastrellare denaro i Comuni danno il «placet», per un totale di 3,1 miliardi di metri cubi all'anno: «Occorre un segno importante di discontinuità da parte della politica» Centosessantun ettari di terreno "cementificati" ogni giorno (sì, 161 al giorno, avete letto bene). Si sta parlando di terra in gran parte agricola o che potrebbe essere destinata (conservata) a bosco, a prato, a giardino, a orto, a parco... E' uno dei dati numerici (fonte: Wwf) da cui prende le mosse lo scritto Psico(pato)logia del paesaggio di Roberto Mazza e Silvia Minozzi, (Le lettere del gufo, 80 pagine, 4,00 euro), ma tra i più scioccanti. Il termine tra parentesi nel titolo del pamphlet (piccolo, ma denso di informazioni) in realtà è quello più in evidenza: ci troviamo di fronte a una condizione patologica, e la malattia riguarda tutta la nostra società, nel suo assieme e nelle conseguenze che ha sui singoli. Come ci riferisce Roberto Mazza: «Tutti si stupiscono di fronte a queste cifre. Perché un fenomeno di tali dimensioni si riscontra solo in Italia, un paese dal territorio piccolo e in prevalenza montuoso. Non a caso questo scempio di territorio avviene prevalentemente nella pianura padana. Per paragone, in Germania gli ettari consumati al giorno sono solo 60, e Angela Merkel intende ridurli a 30. In altre regioni, come nella mia Liguria, ormai tutta la costa è stata cementificata. E lo stesso vale per gli alvei dei fiumi: per esempio nella valle del Magra hanno costruito case dove è noto che vi sono periodiche alluvioni. In tali condizioni come si può supporre di evitare disastri?». Come mai avete studiato le conseguenze psicosociali del malgoverno del territorio? «Essendo io psicologo, e la Minozzi epidemiologa, abbiamo cercato di rispondere al problema posto da Salvatore Settis che nel "Festival della Mente" di Sarzana si chiedeva quali potessero essere le conseguenze della cementificazione sulle condizioni psichiche dei cittadini. Abbiamo letto diversi rapporti, alcuni dei quali recenti, altri risalenti agli anni '30, quando a Chicago cominciarono a comprendere che le condizioni urbane potevano incidere sul benessere. Tutti mostrano che patologie quali la schizofrenia o disturbi quali l'anoressia, la bulimia, la depressione si manifestano con una frequenza molto maggiore nelle zone ad alta densità di urbanizzazione. Per esempio, un'analisi condotta su dieci recenti studi compiuti negli Usa e in Europa evidenzia che l'incidenza della schizofrenia è più che doppia nelle aree urbane rispetto a quelle rurali». Ma la prossimità non dovrebbe favorire l'incontro con gli altri? «Avviene esattamente il contrario, là dove il paesaggio è stato soverchiato dalle edificazioni massicce, e affacciandosi dalla finestra si vedono muri e strade, invece di piante e prati. Perché la sensazione è quella di sradicamento: non ci si riconosce più nel panorama e quindi, quel che dovrebbe essere una 'seconda pelle", cioè l'ambiente che ci circonda, assume toni ostili. In tale contesto la vicinanza di altre persone è solamente fisica, ma priva di contenuto emotivo, carente di reale connessione, vuota di quel legame umano che era rappresentato dalla condivisione di valori comuni. Non a caso, pur in ambiente urbano, vivono meglio coloro che fanno parte di comunità più o meno strutturate, quali quelle degli immigrati, che tra di loro tengono vivi i ricordi, la lingua, le tradizioni, la disponibilità all'aiuto reciproco: quella solidarietà che altrimenti è spesso assente». Quando è cominciato questo sfilacciamento sociale e ambientale? «Notoriamente la cementificazione selva a comincia già negli anni '50 e '60. Ma a questa nei decenni successivi si unisce la disgregazione del nucleo solidale delle famiglia, sotto i colpi degli interessi economici che sostituiscono l'ambizione per l'arricchimento facile, tipico degli anni '80, al senso della dignità del lavoro che è stato presente finché economia voleva dire lavorare e produrre qualcosa, nelle campagne o nelle fabbriche. Oggi la cementificazione continua imperiosa sospinta dalla fame di denari delle amministrazioni locali, che rispondono favorendo le nuove costruzioni per ricavare oneri di edificabilità, dal fatto che è relativamente più semplice edificare che investire sul lungo periodo in industrie che, per reggere il mercato, devono basarsi sull'alta tecnologia, forse anche dal riciclaggio di soldi sporchi...». C'è una soluzione possibile a tutto questo? «C'è sempre una soluzione e oggi noto che molti ne sentono il bisogno. Non a caso chi acquista ancora immobili preferisce le case d'epoca nei centri storici, un'indagine del Censis del 2003 mostra che il 52 per cento comprerebbe una casa che guardi su un panorama di qualità. Sembra che stia aumentando l'uso della bicicletta (l'automobile è tra i principali elementi distruttivi dell'ambiente urbano). Forse si va diffondendo la percezione che il panorama è un bene comune che va protetto. Occorre prendere coscienza dei limiti delle illusioni di onnipotenza in cui è caduta la modernità tecnologica, e mettere in campo ancora il buon senso fondato sui valori: a partire dal rispetto di sé e dell'altro. Ma è necessario che la politica dia un segnale di discontinuità a fronte della cementificazione selvaggia, che ancora continua». Persa in pochi anni un'area estesa come Lazio e Abruzzo Alcuni dati sulla cementificazione pubblicati da Mazza e Minozzi. Secondo l'Istat, dal 1990 al 2005 la superficie agricola utilizzata si è ridotta di un'area più vasta del Lazio e dell'Abruzzo: il 17 per cento del territorio nazionale. Nel rapporto Istat si legge: «Negli anni 1995-2006 i Comuni italiani hanno rilasciato in media permessi per costruire per 3,1 miliardi di metri cubi all'anno». Secondo il rapporto WWF sul consumo del suolo dal 1956 al 2001 la superficie urbanizzata in Italia è aumentata dal 500 per cento. La Lombardia (dati Istituto nazionale di urbanistica e Legambiente) è in testa al consumo del territorio con il 14 per cento di superfici artificiali sul totale della propria estensione; seguono il Veneto con l' 11 per cento e l'Emilia Romagna col 9 per cento. A Roma (riferisce Salvatore Settis) si prevedono altri 70 milioni di metri cubi di nuove edificazioni. Aumento del rischio di schizofrenia legato alla residenza urbana rispetto alla residenza rurale: 72 per cento (L. Krabendam J.Van Os, "Schizophrenia Bulletin , 31, 2005). Il rischio di sviluppare depressione nella popolazione svedese tra i 25 e 64 anni è del 68-72 per cento superiore per chi vive in aree densamente popolate rispetto a chi vive in aree meno densamente popolate (K. Sundquis, G. Frank, J. Sunquist "The British Journal of Psychiatry", 184, 2004).
Avvenire
24 Novembre 2011
Aiuto! Qui è tutto cemento patologico
LE
Leonardo Servadio
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Allarme paesaggio - INTERVISTA
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