Vittorio Zincone intervista Umberto Broccoli Capo della Sovraintendenza dei Beni Culturali di Roma «Per riempire le sale di cittadini bisogna smetterla con i soprintendenti che le custodiscono come fossero luoghi sacri, dice Broccoli, esperto di epigrafia cristiana, autore e conduttore tv e allenatore di pallavolo Quando il Comune di Roma, nel 2008, lo ha chiamato per guidare la Sovraintendenza dei Beni Culturali della Capitale, molti sono rimasti un po' sorpresi: «Ma Broccoli chi? Quello della radio?». Umberto Broccoli, 57 anni, ha trascorso tutta la vita basculando tra l'accademia e i media: dalle aule alle sale di registrazione, dai musei agli studi tv. L'alto e il basso. È un esperto di epigrafia cristiana, ma fino a pochi anni fa allenava squadre di pallavolo. Ha scritto libri sul Corpus della scultura altomedievale e testi per sketch televisivi. Attualmente, oltre a sovrintendere, conduce due trasmissioni: In Europa e Con parole mie, su Radiouno. Anche qui si oscilla tra pop e colto. Lo incontro nel suo ufficio romano, in pieno centro storico. Su una libreria, tra volumi in greco antico e saggi dottissimi, si fa largo una candela a forma di Mao Zedong. Alto, magrissimo e romanissimo, Broccoli ha trasferito nella sua gestione dei Beni Culturali la propensione all'alto-basso. È un sostenitore del fatto che i musei e i monumenti non vadano sacralizzati e che anzi ci vorrebbe più spettacolarizzazione. Anche per questo, forse, Andrea Carandini, professore di Archeologia classica alla Sapienza ed ex presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali, lo ha marchiato come "inadeguato" all'incarico. Broccoli si lascia scivolare le polemiche addosso. E tiene il punto. Appena gli ricordo che recentemente il Codacons ha protestato per la sponsorizzazione dei restauri del Colosseo da parte di Diego Della Valle, lui prima mi fa notare che la "pratica Colosseo" ormai è nelle mani del Ministero e poi sottolinea: «È Alemanno ad aver incontrato Della Valle. Ero presente alla loro prima riunione. Quei soldi sono necessari, anzi ce ne vorrebbero molti di più. Lo sport più in voga in questo Paese è creare ostacoli inutili. La tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio, in tempi di crisi, non è cosa facile". Partiamo da qui. allora. Che cosa è lecito fare e che cosa no per tutelare e valorizzare il nostro patrimonio artistico? «No alla vendita del patrimonio artistico. I gioielli di famiglia non si lasciano mai». Ottimo. Detto ciò, lei per attirare turisti al Colosseo ha ipotizzato spettacoli con gladiatori e centurioni. «Ci sono state alcune esagerazioni su quella vicenda". Chiariamo: gladiatori si o no? «Mettere in scena uno spettacolo con finti combattimenti della Roma imperiale non mi sembrerebbe un delitto. Magari non sotto al Colosseo, ma in campagna». Oggi chi visita il Colosseo trova una kasba di venditori abusivi e centurioni sgarbati che si fanno «Ricordo che quando in Francia qualcuno protestò perché a Mont Saint-Michel sotto al monastero c'erano troppi ambulanti che vendevano reliquie false, lo storico Jacques Le Goff intervenne per dire che quella situazione era molto simile a come si viveva nella Mont Saint-Michel medievale». Vuol dire che il caos sotto al Colosseo è filologico? «No. So bene che quella fauna andrebbe regolamentata. Ma insisto sul fatto che la ruderizzazione e la santificazione dei monumenti è un male. E poi il Colosseo non è arte. Era uno stadio». Lei ha fatto espone delle macchine dentro l'Ara Pacis. Francesco Merlo, su "Repubblica", ha stroncato lei e l'iniziativa. «Mi ha dato anche del "semi-vip". Chiariamo: le macchine esposte erano dei prototipi. E chi le ha prodotte ha pagato al Comune una bella cifra: 80.000 curo per qualche giorno in vetrina. In tempi di crisi reperire fondi può essere l'unico modo per far sopravvivere i monumenti. A me servirebbero 70 milioni di euro per restaurare le Mura aureliane. Chi me li dà? La Cappella Sistina è stata restaurata con i soldi di una tv giapponese e non mi pare di aver sentito molte polemiche». I musei romani.. «Le persone vanno attirate nei musei». Antonio Paolucci, direttore dei Musei Vaticani, proprio a "Sette", ha detto che la vera redditività di un museo consiste nell'azione di incivilimento. «Giusto. Ma è vero anche che se si vogliono tenere aperte le sale e riempirle di cittadini, bisogna abbandonare lo spirito di quei soprintendenti "vestali". che custodiscono i musei come se fossero templi e disprezzano i visitatori. Anche perché poi sono i primi a trasformarsi da vestali in prefiche, per lamentarsi che non hanno una lira. Mi auguro che quel modello, ancora diffuso, sparisca presto. I monumenti e i musei vanno fatti vivere: devono produrre cultura, ma anche reddito. Altrimenti si trasformano in rami secchi e muoiono. A Roma stiamo provando a reagire". Come? «Con le aperture notturne e i concerti tra le opere. O con musei come quello della Repubblica romana, ultramoderno e multimediale». Lei non ha esattamente un curriculum alemanni ano. Come avviene la sua nomina alla Sovraintendenza Capitolina? «Credo per merito di una serata che ho organizzato nel carcere Regina Coeli, nel 2001. Lì ho conosciuto Alemanno. Quando mi ha chiamato, pensavo che fosse per la direzione artistica di un festival, invece...». Lei è di destra? «Sono stato chiamato come tecnico. Quando ho accettato l'incarico era ancora in corso la trattativa per la commissione Attali di Roma, quella che avrebbe dovuto guidare Giuliano Amato». La commissione poi è naufragata. «Mettiamola così: Alemanno mi ha chiamato, Veltroni no. E con Walter andavamo pure a scuola insieme...». Veltroni andava al Tasso. Scuola di ulva sinistra nella Roma barricadiera del '68 «Io ero "rosato". Di sinistra perché seguivo l'onda politica, ma giocavo soprattutto a pallavolo». Altri pallavolisti del Tasso? «Paolo Gentiloni, l'ex ministro delle Comunicazioni. Era davvero forte. Dopo il liceo ho studiato archeologia alla Sapienza». In Rai è entrato per diritto familiare? Suo padre, Bruno, era un autore. «Respiro il mondo Rai da quando ero bambino. Pippo Baudo il 3 giugno del 1963 venne sotto casa nostra per farci vedere la sua Giulietta nuova. Aveva l'autoradio. Fu lui ad annunciarci la morte di Giovanni XXIII». Il suo ingresso in Rai... «Mi chiamò Corrado Guerzoni, strettissimo collaboratore di Aldo Moro. Mi aveva ascoltato a una conferenza sull'archeologia medievale e mi contattò. Quella è stata la svolta della mia vita». Perché? «Mi si è aperto un mondo. Se non avessi accettato la proposta di Guerzoni, oggi sarei un asfittico professore universitario, supponente e presuntuoso, come ce ne sono tanti». Se lei non fosse entrato in Rai, il popolo italiano si sarebbe risparmiato la zingara Cloris Brosca durante la trasmissione Luna Park. «Me la rinfacciano, in molti. Ma io sono orgoglioso di quel quiz. Tra l'altro è l'unica cosa che scrivemmo insieme io e mio padre per la tv». La zingara è stato il simbolo della tv poptrash per molti anni: la cartomante che eliminava i concorrenti mostrando la "luna nera". Si penta, la prego «Mai. L'idea mi venne ascoltando un "charivari", un canto medievale, in cui si raccontava che ad Aix-en-Provence c'era l'abitudine di riunirsi in piazza per farsi leggere le carte da una gitana». Cerca di nobilitare quelle performance mascherate? «Le domande erano tutte scritte in endecasillabi ed erano difficili. Ora si vincono migliaia di euro rispondendo a indovinelli degradanti da prima elementare». Oltre a lavorarci dal 1977, lei ha scritto un libro su Mamma Rai. Oggi chi sarebbe un buon direttore generale della televisione di Stato? «Servirebbe un tecnico umanista». Un nome? «Giovanni Minoli. Conosce la macchina ed è uomo di cultura. La Rai è un'industria culturale». Secondo Lei lo è ancora? «Le reti generaliste tentennano. Ma quelle sul satellite fanno un gran lavoro». Se dessero a lei l'incarico di guidare la Tv pubblica... «Mi metterei a scavare nelle teche Rai. Negli archivi ci si ritrovano trasmissioni pazzesche. La Rai compra da produttori esterni dei format televisivi che in realtà già possiede». Un esempio? «Portobello. Se lo ricorda?». Era la trasmissione condotta da Enzo Tortora. «Era avanguardia tv: C'è posta per te non è una copia dello spazio tortoriano "Dove sei?". E ancora: Stranamore e Agenzia matrimoniale non sono nipoti della rubrica "Fiori d'arancio", trasmessa proprio durante Portobello?». Oggi secondo lei chi è il miglior conduttore tv? «Paolo Bonolis». Lo dice perché anche lui ha condotto 'Luna Park? «No. Lo dico perché è preparato e sa di che cosa parla». A cena con il nemico? «Diciamo così: generalmente non ceno. Mi nutro solo a pranzo». Ha un clan di amici? «Ne cito uno su tutti: Claudio, è un medico». L'errore più grande che ha fatto? «Smettere di fare l'allenatore di pallavolo». Che cosa guarda in Tv? «RaiNews24, Rai Educational, Rai Storia e i film». E' normale che in Italia scarseggino così tanto le trasmissioni che si occupano di arte? «E' normale che a parte quella di Philippe Daverio (Emporio Daverio) non si riesca a immaginare una trasmissione che non sia né troppo pallosa né troppo ammiccante al futuro?». Il film preferito? «Jesus Christ Superstar. Fece scandalo. Oggi si canta nelle chiese». La canzone? «Se telefonando di Mina». Scritta da Maurizio Costanzo. Con Costanzo ci ha mai lavorato? «Lo conosco dal 1972. Ma abbiamo lavorato insieme solo nel 2004. Mi chiamò a recitare poesie d'amore nella sua trasmissione mattutina». Il libro? «I promessi spari di Alessandro Manzoni. Lo rileggo continuamente. E poi Ennio Flaiano...». Quanto costa un litro di benzina? «Un euro e mezzo». L'articolo 9 della Costituzione? «E' il nostro. È quello sul patrimonio artistico». I confini della Libia? «Tunisia e Algeria, sicuramente. A Sud... Uhm...». Dove si trova la conversione di San Paolo? «Per queste domande ci sono le Enciclopedie». Ma è Caravaggio. Si trova nella Chiesa di Santa Maria del Popolo, a Roma. «Detesto la cultura da cruciverba».
Corriere della Sera
24 Novembre 2011
✓ Entità verificate
Broccoli: I musei non sono templi. Anche al Colosseo si può far spettacolo
VI
Vittorio Zincone
Corriere della Sera
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Bene culturale
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