Per il critico d'arte in Italia il patrimonio è omogeneo: le epoche si sono susseguite mantenendo dignità architettonica fino al '900. Dopo si è creata discontinuità. L'articolo 9 della Costituzione non ammette interpretazioni equivoche, ma si tutela strettamente il paesaggio; qualunque alterazione rappresenta una violazione Energie alternative, nucleare, idrocarburi: in qualche modo se ne deve uscire, e l'Italia non ha ancora trovato la sua strada. Ma anche le cosiddette rinnovabili comportano problemi di vario ordine. Ne abbiamo parlato con Vittorio Sgarbi, critico d'arte, politico, opinionista, attuale sindaco di Salemi, sul cui territorio non intende far installare alcuna pala eoliche. L'abuso edilizio, insieme agli impianti fotovoltaici ed eolici, è solo un problema estetico, o anche etico? Da quando ho iniziato a vedere queste "apparizioni", ho capito che l'equivoco dell'energia rinnovabile determinava inevitabilmente la perdita di senso di un luogo. Poi allo spirito di alcuni amministratori, come quelli pugliesi, sembra inevitabile la rassegnazione al principio secondo il quale, per risolvere un problema, si devono sacrificare dei luoghi minori. Nasce così la teoria che ci sia un paesaggio che abbia il diritto di essere preservato e un altro che, invece, può essere sacrificato. Questa ideologia assolutamente criminale, anche se motivata da una sostanziale buonafede, non è condivisa da persone come il sindaco di Cassinetta di Lugagnano, vicino a Milano, il quale - perfettamente in linea con me - valutando che il bene più prezioso che abbiamo è lo spazio libero, cioè quello non antropizzato, ha proposto una moratoria per lo sfruttamento del territorio, la quale preveda che non si possano costruire e inserire pannelli fotovoltaici. Il problema etico riguarda la conservazione del patrimonio paesistico, in linea con l'articolo 9 della Costituzione che, non ammettendo deroghe o interpretazioni equivoche, si mantiene strettamente diretto alla tutela del paesaggio; qualunque alterazione diviene una violazione. Si potrà pensare che una posizione del genere sia antimoderna, ma chiunque veda l'oltraggio delle pale eoliche e della cementificazione pensa inevitabilmente che quel paesaggio abbia perso la sua identità. Veramente molta gente trova gradevole la vista di questi "paesaggi"... La perdita della sensibilità estetica è un fatto dimostrato da quello che sono diventate le città negli ultimi cinquant'anni. E evidente che chi doveva guidare il gusto ha frainteso e deviato. Che poi ci siano delle persone che non colgono l'orrore delle pale eoliche o le mostruosità dell'edilizia selvaggia, è qualcosa che possiamo serenamente riconoscere, ma ciò non vuol dire che abbiano ragione. Questo accade perché anche l'arte, che poco ha a che fare con ciò che va di moda, ha un ruolo sempre più marginale? L'arte, al 90, riguarda piccoli gruppi in piccoli spazi, mentre l'architettura e certi orrori riguardano invece lo spazio di tutti. Se a Mineo o a Licodia Eubea autorizzano le torri eoliche, non solo chi viene da fuori, ma anche chi risiede nei paraggi si ritrova a conviverci E se un comune dice di no e quello limitrofo dice di sì, tocca patire il sì. Questo è un palese inadempimento del diritto di chiunque a potere avere dinnanzi a sé un paesaggio preservato. Pensi che l'altro giorno ero in Sicilia, a Motta Santa Anastasia, e mi hanno mostrato uno spazio libero meraviglioso. Bene, volevano che io lo riempissi di sculture, di pannelli fotovoltaici. Insomma, è sempre una questione di sensibilità. Ma l'unica cosa che si può fare è non fare nulla: lasciare il luogo così com'è, superbo nella sua immacolata purezza. Abbruttire e abbrutire il paesaggio comporta il venire meno dell'abitare heideggeriano? Non c'è dubbio. Purtroppo l'uomo, anche se è inconsapevole e se non è educato, patisce la bruttura e di questa si rende partecipe. Sotto questo punto di vista, non c'è mai stato tempo più infame di quello attuale: molti equivoci hanno fatto ritenere che alcune forme della progettazione architettonica con temporanea avessero la loro dignità e con ciò si è distrutto e sacrificato, ricostruito e sfigurato. E' arduo vedere un'edilizia più miserabile di quella popolare degli ultimi cinquant'anni. Da una parte, c'è un certo ambientalismo che vuole migliorare le cose e invece le peggiora; dall'altra, c'è la mafia che contribuisce al danno e vi specula sopra. Siamo di fronte a un impoverimento della spiritualità e a un prevalere di valori fasulli, sostenuti dall'equivoco per cui il mafioso è convinto di appartenere a una società con una sua organizzazione interna, e questo probabilmente rende la sua azione criminale consapevole, ma anche giustificata ai suoi occhi. Invece nell'ambientalismo vi può essere una forma di esaltazione che, in nome di alcuni valori, non percepisce la varietà della realtà: il principio-guida è la tutela globale, senza però la capacità di valutare le congruità, le possibilità. Non si può criticare l'ambientalismo in assoluto, ma la sua degenerazione certamente sì. E qui si ritorna a quello che dovrebbe essere il primato oggettivo della bellezza, anziché quello soggettivo del piacere. Senz'altro. Questo sta a significare che il paesaggio è inequivocabilmente un valore in sé. Come spiega la richiesta di tutela dei paesaggi proveniente da voci esterne, anziché autoctone? A San Nicola Arcella, in Calabria, mi hanno chiamato perché l'amministrazione comunale aveva votato a favore di un parco eolico. Probabilmente l'assuefazione al paesaggio naturale e urbano, o comunque alle architetture costruite gradualmente nel tempo, è tale che l'inserimento di elementi nuovi viene a essere un disturbo relativo; anzi, può addirittura essere una novità che suscita curiosità. Chi viene da fuori, invece, ha la percezione immediata della contraddizione, di ciò che meritava di essere preservato e di ciò che lo viola. E per questo che chi sta in un luogo ne accetta le alterazioni come inevitabile conseguenza dell'avanzamento del tempo, che a ogni epoca porta una cosa sua. La voce esterna è quella di chi non è assuefatto al luogo e, vedendolo, trova che sia perfetto così, senza alcuna forma di rinnovamento. Pensa che sia realmente possibile declinare il globale al locale? In alcuni luoghi, come le grandi realtà metropolitane, è possibile; in altri, è meglio che non lo sia. Quello che le metropoli hanno di locale viene assorbito congruentemente con il nuovo, è la progressiva costruzione della città che si evolve come un corpo che cresce. Nei luoghi in cui tutto è fermo e in cui ci sono prevalenti insediamenti di altre epoche, il nostro tempo non ha assolutamente niente da aggiungere; occorre solo farli diventare parco del loro tempo, proprio come si fa con i parchi di piante: si prende un'area incontaminata, come hanno fatto a Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, e si rimarca la sua dimensione locale, non certo quella globale; o ancora ci sono dei paesi, come Zungri, in Calabria, completamente abbandonati, e la cosa che si dovrebbe fare sarebbe quella di ripristinarli e riabilitarli, lasciandoli però esattamente come sono. Nei luoghi più piccoli, quindi, il locale deve essere tutelato; in quelli più grandi, la convivenza tra locale e globale è obbligatoria. E' vero che in Italia è tutto più omogeneo, perché le epoche si sono susseguite mantenendo una dignità architettonica fino al '900, periodo dopo il quale si è creata una discontinuità; altrove, invece, c'è un contrasto netto fra alcune testimonianze memorabili della Storia e la contemporaneità. Anziché continuare a costruire nuovi scempi, bisognerebbe distruggere quelli già esistenti? Sì: la distruzione che feci fare al Fuenti è un caso tipico. Questa è una teoria che parte dagli anni '90, non condivisa, ma è anche un sentire di chi si rende conto che alcune integrazioni o addizioni a un sito storico sono insopportabili e che l'unica cosa da fare è buttarle giù. Dovrebbe essere una reazione immediata e non ostacolata.