ROMA. Non c'è solo il tempismo dell'ex ministro Galan che. in extremis, è riuscito a regalare ai suoi le ultime poltrone del cinema italiano (vedi Rodrigo Cipriani, esperto di agroalimentari, alla presidenza di Cinecittà-Luce. o i nuovi membri delle commissioni ministeriali con Gigi Marzullo in testa). C'è pure il tempismo costruttivo e propositivo di chi del mondo del cinema e della cultura è parte e si batte perché «il berlusconismo» non prosegua «sotto altre sembianze». Stiamo parlando, infatti, del convegno organizzato ieri da Rifondazione Comunista che, capitanato dalla responsabile cultura Stefania Brai, ha messo insieme gli addetti ai lavori per aprire un tavolo sul futuro di Cinecittà-Luce, destinato a coinvolgere con tempestività, appunto, il neo ministro Ornaghi. Per tentare, insomma, di risollevare i destini della più importante istituzione del cinema pubblico, messa in ginocchio dall'ultima norma che «l'ha trasformata da società a capitale interamente statale in una srl con capitale sociale di 15mila euro». Avviando così la sua dismissione, attraverso il colpo di grazia: la cementificazione promossa dagli Studios, per realizzare alberghi e centri fitness. Insomma, nuovi preziosi metri cubi di terreno, sottratti alla produzione cinematografica, ormai sopraffatta dai programmi Mediaset, come denuncia Massimo Corridori, della rsu Studios. Con buona pace del ruolo da «controllore» che dovrebbe avere Cinecittà-Luce, in quanto proprietaria dei terreni statali, come ribadisce Roberto Cicutto neo amministratore delegato che si dice, però, favorevole all'operazione, da realizzare per valorizzare le capacità industriale degli Studios. Per Matteo Orfini del Pd, Giulia Rodano dell'Idv e la stessa Stefania Brai, ripartire da Cinecittà significa, dunque, ribadire la centralità del cinema pubblico, all'interno di una riforma di sistema. Per contrastare, ancora una volta, l'idea della «cultura ridotta a merce» buona solo se fa profitto. E farla finita con la formula, sposata anche a sinistra - è lo stesso Orfini a fare «autocritica» - secondo la quale le «privatizzazioni delle istituzioni culturali siano la soluzione ai loro problemi».